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Pronto soccorso, la disumana attesa di un’anziana

Pronto soccorso, la disumana attesa di un’anziana

CATANZARO. E' la disavventura della signora Ida, novantacinque anni, vittima di una caduta domestica che la costringe a ricorrere alle cure mediche in ospedale. Sette lunghe ore prima di concludere tutti gli accertamenti. Una via crucis estenuante fatta di incredibili ritardi e di incomprensibili metodi di lavoro. Tutto si conclude con le dimissioni.

L’attesa è di quelle che dimentichi poco facilmente: sette ore tonde tonde che, per una donna di novantacinque anni, sono un’eternità.

E’ la storia della signora Ida, una donna che dimostra vent’anni di meno, da come si presenta ma che, in effetti, ha quasi un secolo, e lo porta talmente bene che nessuno ci crede, neppure al Pronto soccorso di Catanzaro dove la donna arriva, la sera di venerdì santo, intorno alle 18 (mentre la comunità religiosa si prepara a seguire la consuetudinaria processione della “naca”), per poi uscirne, all’una del mattino.

Roba da terzo modo! E ci arriva a bordo di una autoambulanza del 118, in seguito ad una sfortunata caduta domestica che l’ha sbalzata col fondoschiena, sul pavimento di casa propria. Causa, la debolezza nelle gambe.

A chiamare aiuto, la figlia che, insospettita dal prolungato silenzio telefonico della madre, si precipita nel suo appartamento dove la troverà riversa, sul pavimento, col capo sanguinante. Fortunatamente, nulla di grave, ma ad una certa età anche la caduta più sciocca può essere fatale, e così è necessario il trasporto in autoambulanza, presso l’Ospedale Pugliese-Ciaccio.

Da quel momento, inizia la disavventura: un’attesa infinita, disumana, in un Pronto soccorso talmente poco organizzato da indurre numerosi malcapitati a rinunciare alle cure mediche. Ma l’anziana donna, accompagnata da figlie e nipoti viene convinta a restare, e così inizia la via crucis. Le prime due ore volano via senza che accada nulla. La signora Ida viene trasportata su una sedia a rotelle, in una saletta della corsia e parcheggiata lì ad oltranza. Codice verde, si dice, nulla di grave dunque, ma lei sembra invisibile, forse perché la civiltà dei parenti è inusuale da queste parti, poco apprezzata, fatto sta che non si hanno notizie.

La signorina che sta dietro lo sportello della reception non dà risposte certe, prende tempo, si giustifica dietro casi più gravi, ma in effetti non se ne vedono molti, e il personale medico non si capisce quale criterio adotti nella divisione dei vari codici.

E’ tutto un mistero. Intanto, i minuti passano così, ad attendere un turno che non arriva mai. La sala d’attesa si riempie, il malcontento cresce. I medici si occupano di altri pazienti e la cortesia non è proprio il pezzo forte. Intorno alle 21, arriva il turno della signora Ida che è già molto stanca e sfiancata dal dolore all’osso sacro.

Un infermiere viene assegnato al suo caso e così inizia il gioco dell’oca. Un po’ di disinfettante imbevuto in una garza per tamponare il sangue sulla nuca e via al primo piano per le radiografie. Passa un’altra ora. Tutto va molto a rilento e l’attesa diventa la vera costante, in una struttura abbandonata da tutti, squallida, tristissima.

Non c’è neppure un custode, tra i corridoi, e l’accesso è praticamente senza limiti, alla mercè di qualsiasi persona. Poi, si sale su per la tac. Altra attesa snervante, il medico sembra sparito. Dopo una ventina di minuti spunta il camice bianco. L’infermiere accompagna la signora nella stanza del macchinario e dopo un bel po’ di nuovo in pista. Tappa successiva, la sala del medico per il referto. Poi, dritti in Neurochirurgia, ancora più su, dove lo specialista si occuperà del caso.

Al seguito della carrozzina, una coda di familiari.

“Signora, alzi la gamba destra – ordina il giovane neurochirurgo – ora la sinistra. Si tocchi la punta del naso con la mano destra, con la sinistra. Segua il mio dito con gli occhi, ora si alzi in piedi. Faccia due passi”. Sembra un gioco ma è la visita di routine. La donna non sente affatto bene ma cerca di eseguire tutte le indicazioni aiutata dalle due figlie. Si cerca di smorzare la tensione con qualche piccolo sorriso.

“Vabbè – osserva lo specialista – nulla di grave, ritengo possa essere dimessa stasera stessa, ma lo decideranno giù”. Dai primi referti, si parla di leggera frattura al coccige ma non si accenna alla eventualità di ricovero. E inutile, non si può ingessare è necessario solo tanto riposo e attenzioni. E’ consigliato il congedo. Si torna al punto di partenza, al Pronto soccorso. Sembra essere finita, si attende solo il referto conclusivo, qualche respiro di sollievo, e invece no, spunta la visita ortopedica. Sono le 22 e trenta, la stanchezza ha preso il sopravvento. Da quel momento, passeranno altre due ore, prima di ritornate in pista.

Saranno due ore di attesa inspiegabili. La signora Ida, novantacinque anni si lamenta, è confusa, si sente abbandonata dai medici, vorrebbe andar via ma le due figlie decidono di aspettare ancora una volta il turno.

Non si capisce perché la consulenza ortopedica non è stata ordinata precedentemente. Intorno a mezzanotte, finalmente ritorna l’infermiere di prima. Si scusa personalmente per il disservizio, quasi mortificato, rendendosi conto più di ogni altro della situazione, e accompagna la signora Ida, in Ortopedia.

Dopo oltre mezz’ora, eccoli ritornare. E’ quasi l’una del mattino, la donna è praticamente sfinita, i parenti sono stremati dalla stanchezza e nauseati dall’incredulità. Alcuni medici del Pronto soccorso osano perfino redarguire una piccola famiglia di immigrati che si è permessa di chiedere informazioni sul proprio turno e sulle condizioni di un familiare. Il nervosismo si taglia a fette e finalmente arriva il referto. La signora può andare.

Tutto ciò è scandaloso, in un capoluogo di regione. Fare attendere una donna di novantacinque anni, per ben sette ore, per poi dimetterla, significa non avere coscienza sanitaria e non saper lavorare.

Non è civile e giustificabile, soprattutto in una struttura riammodernata di recente, resa operativa e idonea per ogni tipo di emergenza ma lasciata allo sbando. Ecco come funziona il nuovo Pronto soccorso di Catanzaro.


Giornalista. Ho lavorato per diverse testate giornalistiche calabresi, tra cui Il Quotidiano della Calabria e Calabria Ora. Ho collaborato, inoltre, con alcune riviste ricoprendo il ruolo di corrispondente calabrese per Boxering (periodico internazionale di pugilato). Ho coordinato, per circa 3 anni, "Mentalità", la fanzine della Curva Massimo Capraro. Da sempre sensibile alle problematiche sociali e civili, mi sono occupato spesso di temi legati al lavoro, alla politica, al disagio sociale, ai movimenti di rinnovamento della società ma ho scritto anche di sport e spettacolo. Dall’ottobre 2008 sono un freelance. Nel 2009, insieme ad alcuni colleghi, decido di fondare questa testata giornalistica, di cui sono orgogliosamente al timone. Nel 2012, su questo portale, fondo Radio Popolare Catanzaro, un'emittente in streaming davvero interessante, ma avrà vita breve. Oggi più che mai penso che terramara, ribattezzata nel 2016 magazine d'informazione indipendente rappresenti al meglio la mia idea di giornalismo in movimento

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