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Poste italiane e quei prestiti facili facili…

Poste italiane e quei prestiti facili facili…

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La storia di un tizio che va in un ufficio postale per chiedere un mini-prestito. Basterebbero un documento e il tesserino sanitario, recita il promo sul sito e invece, senza una busta paga…

In tempi di crisi (quasi) globale, spending review (per chi già teneva poco o niente), precariato militante, contratti a progetto e cococò, tagli veri, presunti e, più in generale, di vero e proprio famelico bisogno di soldi per tirare a campare in una società sempre più divisa in classi e sottoclassi, in ricchi poveri e con le pezze al culo, può capitare di cadere nella rete della miriade di prestiti maxi, mini, express (e affini) offerti ormai come noccioline (ahinoi) da banche, società finanziarie, istituti di credito, casse rurali e dalle rigenerate (e quanto mai eclettiche) Poste italiane.

La piccola storia che sto per raccontare riguarda proprio le Poste e una forma di prestito correlata ai possessori della Postepay, diffusa carta di credito ricaricabile dell’ente che un tempo (nemmeno troppo lontano) si occupava solo ed esclusivamente di servizi postali.
SPECIAL CASH… Un tizio, giornalista freelance e quindi (in Italia) precario, da anni al soldo (si fa per dire) di svariate testate pubblicate da editori genericamente poco inclini a mettere sotto contratto collaboratori e corrispondenti, dopo lunghe e attente riflessioni, decide di recarsi in un ufficio postale per sottoscrivere lo “Specialcash Postepay”.
Cos’è? È un prestito che può essere richiesto da tutti i titolari di carta Postepay nominativa e ricaricabile. Tre soluzioni: 750, 1.000 e 1.500 euro, rimborsabili rispettivamente in 15, 20 e 24 rate mensili e con TAEG abbastanza corposi. In parole povere per una ricarica di 750 euro si sale fino al 18,21% per un costo totale del credito di 85,50, per 1.000 si scende al 16,51% ma il costo credito è di 138 euro, infine per 1.500 TAEG al 15,46% e 234 euro di costo totale. In sostanza, cifre ridicole prestate e largamente recuperate.
Nella sezione dedicata sul sito di Posteitaliane si legge: “Richiedere SpecialCash Postepay è facilissimo. Basta compilare un modulo allo sportello e presentare la seguente documentazione: documento d’identità, tessera sanitaria e documento di reddito in caso di scelta del bollettino postale come modalità di rimborso. Per i cittadini stranieri sono inoltre richiesti: documento di reddito, passaporto in aggiunta a qualsiasi altro documento di identità presentato, carta di soggiorno o permesso di soggiorno in corso di validità”.
Tra l’altro si legge (ancora) che “ai fini della valutazione creditizia potrebbe essere richiesta documentazione aggiuntiva rispetto a quella prevista per la presentazione della richiesta”. Il “promo” sottolinea che il prestito viene erogato subito e può tornare utile per ogni tipo di acquisto. Al tizio non interessa “ogni tipo d’acquisto”,  ma più semplicemente una piccola somma per coprire debitucci maturati con la previdenza e l’iscrizione all’Ordine nazionale.
PRIMO TENTATIVO Così quando il tizio arriva, prende subito un bigliettino per la coda, incrocia una responsabile di sala e spiega a volo il motivo della sua presenza, viene altrettanto rapidamente invitato a sedere nella sua stanza con atteggiamento quasi materno e accento vagamente napoletano.
–    Allora, che lavoro fa?
–    Sono un giornalista.
–    Ha con se l’ultima busta paga?
–    Purtroppo no, lavoro da freelance e godo di una situazione contrattuale abbastanza astratta…
–    Aaah capisco, mi spiace ma non possiamo far niente. Serve una busta paga.
–    Scusi signora, ma sul sito non parla di busta paga, perciò io pensavo che…
–    E lo so, si vede che non l’hanno aggiornato ma dall’1 gennaio la busta paga è necessaria.
–    Ah, non l’hanno aggiornato? Ma anche a ottobre leggevo la stessa cosa…
–    Lo so, si vede che ancora non l’hanno aggiornato.
–    Ok, scusi il disturbo e buona giornata.
–    Si figuri, alcun disturbo… ma, scusi, lei le paga le tasse?
–    Sì, credo proprio di sì.
–    Allora torni con un modello unico o l’ultimo cud, così possiamo procedere.
–    Ah, quindi va bene anche un cud?
–    Certo.
Il tizio ringrazia, saluta e sgomma via in preda a un potente mix di mortificazione, crescente incredulità, rabbia mimica e un centinaio di domande silenziosamente incazzate. Che cacchio, scrivete una cosa poi ne dite un’altra? Facilissimo da richiedere, basta un documento? E se lo dovete aggiornare, perché non lo fate? Per tirare al laccio il bisognoso di turno e smerdarlo con atteggiamento materno?
Una volta a casa, spulciando tra carte e documenti personali, tira fuori le ultime due certificazioni di compenso (in gergo Cud) inviate da una grossa (molto grossa) azienda che (da quasi 10 anni) lo fa lavorare (coordinato e continuativo, sabato e domenica compresi) a botte di tariffario ridotto e ritenute d’acconto. Sommate insieme fanno 10.000 euro abbondanti. Andranno bene, pensa autoconvincendosi tra se e se, e nel primo pomeriggio salta in macchina diretto (di nuovo) all’ufficio postale. Armato di Cud e rinfrancata fiducia.
SECONDO TENTATIVO La responsabile di sala è cambiata. Turno nuovo, altro giro. Stessa aria da compassata madre di famiglia, accento stavolta marcatamente catanzarese, stessa apparente disponibilità appena il tizio fa presente d’esser lì per uno Specialcash.
–    Prego, si accomodi… Ha portato una busta paga?
–    No signora, ma la collega con cui ho parlato un paio d’ore fa mi diceva che vanno bene anche i Cud…
–    Sì, perfetto.
I Cud non sono in versione cartacea ma in pdf e il tizio li ha su una pennetta da 2 giga. La donna sgrana un po’ gli occhi, non può né scaricarli sul suo pc né stamparli in alcun modo, quindi tocca andare in una copisteria e farli stampare. Sono le 3 del pomeriggio, fuori è tutto chiuso fino alle 4. Tocca aspettare. Alle 4,10 il tizio è di nuovo di fronte alla responsabile dell’agenzia postale con i Cud freschi di stampa. La tipa si mette in moto. E attacca con una sfilza di domande.
–    Da quanti anni è che fa il giornalista? Suo padre che fa? E sua madre? Quanti siete ora nel nucleo familiare? Dove abita? Ha un altro conto? E con quale banca? Da quanto?…
E via così per dieci minuti, tra il professionale e il personale, mentre la donna tira fuori moduli, carte e penna, chiede “qualche firmetta”, almeno tre per pagina su quel corposo modulo in triplice copia.
–    Allora, quale prestito vogliamo fare? Quello da 1.500? Preferisce il bollettino mensile o un rid sul suo conto corrente? Sì, può scegliere il bollettino perché ha presentato il Cud, quindi…
SEMBRA(VA) FATTA Sembra fatta. “Facciamo 1.500, bene”. Sul volto dell’uomo spunta un sorriso tirato, “in fondo è stato facile sul serio – pensa – bastava ‘sto Cud, poi alla fine sono qui solo da una mezzoretta… ”.
–    Ora dobbiamo solo vedere se viene accettato.
–    Ah perché ancora non è stato accettato?… e chi lo dovrebbe accettare?
Sembrava fatta. La frase della donna è un improvviso fendente alla schiena, accompagnato da una spiegazione sinistra che ricorda la “collaborazione” ad hoc con il gruppo Compass e parla di una velocissimo controllo che darà l’esito (positivo o negativo) nel giro di breve tempo.
–    Torno subito.
Torna subito, sì. Non prima di lasciare la stanza con il malloppo di moduli in mano e un sorriso formale mal protetto da un paio di occhiali da vista. Passano 5 minuti, forse di più, forse una vita. L’aria è calda, stagnante, puzza di condizionatori a palla con vista sulla strada e finestre serrate da decenni. La donna rientra con passo felpato, scivola alle spalle del tizio e si rimette a sedere dietro la scrivania con il telefonino in mano. È in piena conversazione.
–    Quanto prende al mese? No, 500 non bastano, dovrebbero essere almeno 700, ma scusa quanto dichiara?… Niente? Non ha un contratto da collaboratrice domestica? E il permesso di soggiorno? Vabbe’, tu falla venire da me in ufficio e vediamo che si può fare…
Il tizio cerca di incrociare lo sguardo della donna con ansia misurata e decisamente interrogativa, lei chiacchiera e nello stesso tempo bolla e sigla le carte del prestito in attesa di risposta.
–    Niente, non l’hanno accettato.
Lo sussurra appena, a bassa voce, ma in testa suona come un gong, un timer allo 00:00. La risposta è arrivata.
–    E perché? Manco il Cud va bene?
La donna congeda la conoscente (o giù di lì) un attimo soltanto, allontana il telefono due-tre centimetri dal viso e ribadisce il concetto, chiaro e semplice, con tono ancora materno ma leggermente asseverato e, se vogliamo, pietoso andante: “Non l’hanno accettato, mi dispiace”.
–    Ho capito. Allora grazie e buona serata.
–    Arrivederci…
IL PASSO E’ BREVE… Il tizio lascia l’ufficio postale e raggiunge la sua auto a cuor sorprendentemente leggero. Dieci minuti dopo è a casa e guarda con straniata curiosità quel malloppo di carte ormai inutili. Mezza giornata per chiedere un mini-prestito, cinque minuti per valutarlo e rifiutarlo. Mini-prestiti facili facili quanto vuoi, ma senza busta paga (in Italia) non ti fila manco un usuraio.
Morale della storia? Fate da voi. Il protagonista della storia la chiude così: prende quel beffardo mucchio cartaceo senza alcun senso logico e lo butta in un angolo, tra gli scaffali della sua polverosa libreria. “Va be’, vado a giocare”, mormora. Sempre di agenzia si tratterà, in tal caso, ma di scommesse. Non avete idea di quanto può esser breve il passo (in Italia) da un’agenzia (postale) all’altra (di scommesse). Ce ne sono di innumerevoli (in Italia), accattivanti e illusorie come un miniprestitofacilefacile e tutte, oddio quasi tutte, dannatamente legali. Pochi euro da spendere per cercare di vincerne qualche migliaio. La fortuna è cieca, non si sa mai… E certo non sta a guardare se c’hai in tasca l’ultima busta paga. O una fottutissima certificazione di compensi (sottopagati e mal ritenuti), in gergo Cud.

Ivan Montesano


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