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Senza orgoglio siamo niente

Senza orgoglio siamo niente

CATANZARO In una delle sue più belle canzoni, Giocala, Vasco Rossi urla “Corri e fottitene dell’orgoglio, ne ha rovinati più lui che il petrolio”. Il ritornello è diventato celebre e dice una gran verità, perché questa storia che l’orgoglio fa danni vale senza dubbio in amore e nell’amicizia. Nello sport no, tanto meno nel calcio. Nel calcio l’orgoglio è quasi tutto. Tifo e passione si nutrono d’orgoglio che spesso, specie se vinci, si fa vero e proprio vanto. azati-i-mani

Per un tifoso del Catanzaro l’orgoglio è davvero tutto, ha radici nella tradizione e nella storia stessa della comunità. L’amore per la squadra di calcio sui tre colli (e dintorni) passa di padre in figlio come un bicchier d’acqua e nonostante i risultati non proprio lusinghieri degli ultimi tre decenni, il ricambio generazionale tiene ancora botta.

Quand’ero ragazzino il Catanzaro era in serie A e, praticamente, era impossibile crescere appassionandosi a una squadra diversa. Per noi piccoli aspiranti campioni gli eroi non erano né Causio né Rivera, no. Noi avevamo Sereni, Seghedoni e Di Marzio, Spelta e Mammì, Silipo e Maldera, Groppi e Massimo Palanca (of course), una folta pattuglia di calciatori-figurine che va dal biondo Vichi al rozzissimo (agonisticamente parlando) Logozzo, e finanche il nostro Rossi su misura (che all’anagrafe faceva Renzo). Io vivevo nella Reggio Calabria che ancora sapeva di barricate e moti, per molti ero semplicemente “u catanzarisi”, accolto ma fino a un certo punto, ero quello che “gli aveva rubato il capoluogo”, ma avevo il Catanzaro e tanto bastava, perché più incrociavo odio più macinavo orgoglio, più la mettevano sul piano del campanile, più solidificavano il senso d’appartenenza alla mia terra.

Il Catanzaro si faceva rispettare, la piccola provinciale del sud venuta su da un lungo percorso tra i cadetti faceva parlare di sé e noi tutti, grandi e piccoli, eravamo fieri di lui. Fieri e orgogliosamente attaccati a lui. Calorosi, colorati e numerosi, tutti a stipare i gradini del Ceravolo per anni, ingoiando più sconfitte che altro ma sempre lì, in curva, ai distinti o in tribuna, al seguito del Catanzaro ovunque andasse. Per anni l’attaccamento ai giallorossi è stata la nostra forza nella buona e nella cattiva sorte, ci ha sorretto in terza serie quando i muri della città si riempivano di scritte tipo “la C non ci spezza, ci moltiplica”, ha resistito e si è rilanciato al’alba del terzo millennio sulle ali di una nuova generazione di tifosi. Abbiamo assistito mai inermi a due fallimenti che avrebbero demolito chiunque, a stagioni di anticalcio che andrebbero cestinate come si fa con i file che non servono. Tanti vorrebbero mollare ma poi arriva agosto ed eccoli di nuovo lì, da Tavano o da Giacinto a gustarsi il prepartita, al Roks per un caffè o una birra, pronti a seguire l’ennesima annata. Tanti invece hanno mollato, stufi di dirigenze capaci a tempo (molto) limitato e stagioni sprecate sul nascere. “Ivanè, chissu ni ficia passara a gulìa do tuttu!” è la risposta che mi tocca ogni volta che incrocio qualcuno che tira in ballo l’argomento.

 Ed è ciò che sento anche quando faccio notare che il Ceravolo è ormai praticamente vuoto. Ma non mi basta. Non giustifica la desolazione che sta inghiottendo il Catanzaro. Capisco e ingoio, ma lo stato delle cose è assurdo. Il Catanzaro è ultimo in classifica, società e tifoseria si guardano in cagnesco, il futuro è al solito nebuloso e la contestazione alla società è fissa come gli sconti di un mobilificio sulla via di un fallimento. Tra poche ore c’è un derby che in altri tempi neanche troppo lontani avrebbe fatto vibrare la città tutta la settimana. Guardo fuori dalla finestra e vedo scorrere una umanità che sembra impermeabile anche al temporale. Vedo una città che se ne fotte.

Se ne fotte pure dell’orgoglio, sì, come nella canzone di Vasco. Ma sta sbagliando, perché senza orgoglio siamo niente, senza il nostro orgoglio il Catanzaro resta solo e va giù. Portandosi dietro anche la nostra dignità.

Ivan Montesano


  1. Aurelio Fulciniti

    Grande articolo, Condivido dalla prima all’ultima parola, ma soprattutto il finale.

    27 novembre

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