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Cavi volanti, risate e tanta voglia di libertà

Cavi volanti, risate e tanta voglia di libertà

CATANZARO – Così nacque Il movimento reggae, da un’irresistibile esigenza di rompere gli schemi, di immaginare una società diversa, di condividere, ma soprattutto da un modo di vivere che accomunava una larga fascia di giovani. “Realtà e cultura” e il lido Turrati, nel 2000, furono cancellati da un tragico alluvione ma la memoria rimase indelebile

Partiamo dall’anno zero e rispolveriamo la storia. Il movimento reggae nasce, in città, l’estate ’98. Fino ad allora non esisteva alcuna scena collettiva se non qualche appassionato che amava ascoltare Bob Marley senza troppe ambizioni. La costa catanzarese proponeva l’house o al massimo qualche serata drum and bass. Il resto non faceva notizia e non ci apparteneva. Non esisteva alcuna crew, nè si conosceva la terminologia, importata presto dalla Jamaica. La prima, Kissusenti, fu fondata da Gioman, nell’autunno del 2000. Seguirono Catanzion (2001) Royal beat e Cosca jonica (2003) e per finire Kuanshot, nel 2009.
Per strada, si notava solo un eterogeneo gruppo di giovani, dallo stile inconfondibilmente casual che durante l’estate si ritrovava al “3000!”, un baretto situato a Calalunga di Montauro, in prossimità di un lembo di spiaggia libera che, nonostante tutto, resiste ancora. Quel gruppo di creativi un po’ scocciati un pò sognatori era sempre lì, notte e giorno. Evitava il caos delle discoteche, l’omologazione. Amava il reggae, lo ska e il soul, il calcio e le gradinate, la bella musica ma soprattutto la libertà! In autunno, solitamente, si ritornava a studiare nella propria città. Roma era la meta più gettonata, ma anche Bologna. Erano anni caldi. Il movimento ultras era fiorente e ci si incontrava spesso in giro per l’Italia. La nascita del movimento reggae fa parte della storia della “Capraro”.

La prima serata all’aperto fu organizzata proprio davanti al 3000! Ricordo ancora il cavo volante che tagliava la strada per raggiungere le casse sistemate sulla spiaggia. Era tutto molto genuino e precario ma ci si divertiva con poco. Alcol a fiumi, prodotti naturali in abbondanza. C’era ancora la lira. Giravano i vinili, Gioman e Johonny C.. Fu la nostra serata. Chi passava da lì si fermava, beveva qualcosa con noi, si congratulava, chiedeva informazioni. Tutto molto bello. Verso le 3 e mezza il gong. I carabinieri decidono di mettere fine a quella strana festa un po’ abusiva. Vabbè, si chiude. La settimana successiva ci fu la seconda. Un po’ più organizzata ma finì tutto lì. Arriva l’inverno e poi di nuovo il caldo.

Estate ’99. La Calabria ci attende. C’è voglia di mare e di sole, e soprattutto di calda musica. Il Catanzaro aveva deluso nuovamente. Ci ritroviamo a parlare di tante cose. La città offre il solito clichè. Ma quell’anno la voglia di fare ha un sapore particolare. Riteniamo possibile trasmettere qualcosa di positivo attraverso la condivisione del nostro modo di vivere. Decidiamo così di darci una sorta di organizzazione. Siamo in sei: Matteo Brescia, Ivan Montesano, Mariano Aloisio, Giovanni Lamanna (Johnny C.), Giovanni Morelli (Gioman) e il sottoscritto. Prendiamo spunto da una frase cantata in un celebre pezzo dei “Sud sound system” che titola “Sulu pe lu reggae” (traccia 10 dell’album, Tradizioni ’91-’96)  e adottiamo “Realtà e cultura” come nome della libera associazione per affermare il concetto che “il reggae ci brucia soprattutto se parla di realtà e cultura”. Nacque così, il movimento, da un’esperienza quasi familiare. Nostra. Orgogliosamente minoritaria. Successivamente, “Gioao Moreo frata meu” ne raccolse degnamente l’eredità, compreso il piccolo risparmio della cassa che decidemmo di devolvere per la sua attività artistica, il giorno dello scioglimento. Fino a qui la musica. L’associazione era qualcosa di più. Il sogno di una società più giusta, il senso dell’amicizia, la negazione di ogni barriera sociale, l’uguaglianza, ecco cosa ci univa. Il denaro non faceva parte del nostro dna. I centri sociali si moltiplicavano e noi eravamo presenti. Il reggae era la melodia che faceva da tappeto musicale in ogni spazio liberato.

Una stagione memorabile. Ricordo che Ermanno Rappoli, proprietario del lido Turrati, adiacente al camping Le Giare appoggiò la nostra proposta, un po’ per amicizia un po’ per curiosità. Per i tempi era una cosa da folli ma l’intuito ci diede ragione. La prima serata fu bellissima. In collaborazione con Vibra sound (Bologna sound system)  e DeltaTK (Italiamods). Roots e foundation si alternavano allo ska e al soul. La gente ritrovò il gusto del ballo. Centinaia di persone approdarono incuriositi al lido Turrati e ne rimasero colpiti. Si andò avanti per tutta l’estate. Così, l’anno successivo.
Poi, la notte, tra il nove e il dieci settembre del 2000, pochi giorni dopo l’ultima serata, accadde l’imponderabile. Un’onda devastante di acqua e fango si catapultò dalla montagna e travolse il camping Le Giare. Il bilancio fu tremendo. Tredici vittime, tra cui un disperso, Vinicio Caliò, mai più ritrovato. Lo chock fu devastante! Il lido Turrati si perse nell’oblio portando con se l’associazione “Realtà e cultura”, ma non la memoria di quelle due stagioni indimenticabili. Il reggae era entrato ormai nei cuori di molti giovani facendo segnare nel corso degli anni successivi, esperienze, numeri, nuove figure, ma anche veleni e protagonismi che, a distanza di anni, gettano un’ombra imbarazzante su un movimento di pensiero nato nel segno della condivisione, della cultura e del rispetto reciproco.

Pubblicato sul quinto numero del Corriere della Calabria (settimanale di cronaca, politica, cultura, spettacoli, sport) in edicola dal 15 luglio.


Giornalista. Ho lavorato per diverse testate giornalistiche calabresi, tra cui Il Quotidiano della Calabria e Calabria Ora. Ho collaborato, inoltre, con alcune riviste ricoprendo il ruolo di corrispondente calabrese per Boxering (periodico internazionale di pugilato). Ho coordinato, per circa 3 anni, "Mentalità", la fanzine della Curva Massimo Capraro. Da sempre sensibile alle problematiche sociali e civili, mi sono occupato spesso di temi legati al lavoro, alla politica, al disagio sociale, ai movimenti di rinnovamento della società ma ho scritto anche di sport e spettacolo. Dall’ottobre 2008 sono un freelance. Nel 2009, insieme ad alcuni colleghi, decido di fondare questa testata giornalistica, di cui sono orgogliosamente al timone. Nel 2012, su questo portale, fondo Radio Popolare Catanzaro, un'emittente in streaming davvero interessante, ma avrà vita breve. Oggi più che mai penso che terramara, ribattezzata nel 2016 magazine d'informazione indipendente rappresenti al meglio la mia idea di giornalismo in movimento

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