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Arte e design. Il Marca apre le porte a Mendini

Arte e design. Il Marca apre le porte a Mendini

CATANZARO. L'architetto milanese di fama internazionale giunge al Museo provinciale per la sua mostra personale. Dal Controdesign alle Nuove Utopie, è il titolo della rassegna inaugurata lo scorso 10 aprile e curata da Alberto Fiz, direttore artistico della struttura, con una performance che ha come punto di riferimento un importante lavoro degli anni Settanta.
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Trasformare gli oggetti quotidiani da semplici strumenti, a parte integrante della vita delle persone perché “le persone vivono le loro vite e ognuno è al centro del proprio romanzo. Ognuno è al centro di un’epopea familiare condotta nei propri spazi e nella propria vita”. Così ha esordito il maestro, Alessandro Mendini (nato a Milano nel 1931), architetto, designer e innovatore dello stile italiano, e artista, all’inaugurazione della sua ultima retrospettiva, presso il Marca di Catanzaro, e ha aggiunto:  “c’è un rapporto empatico tra le persone e gli oggetti e, al di là delle loro qualità, si creano legami psicoanalitici che rendono morboso questo sistema”. “Alchimie”, questo il titolo della mostra, indaga la relazione, tra persone e oggetti, offrendo una nuova lettura del design e dell’architettura.

Un modo nuovo di vivere gli spazzi del quotidiano dove proprio i pezzi di design e le architetture “devono essere trasformati in qualcosa di non strumentale – continua l’artista – così che il lavoro diviene coscienza antropologica e non solo produzione fine a se stessa”. Secondo Mendini, esiste un modo alternativo per vivere meglio anche il proprio spazio casalingo: si chiama, “controdesign”, ed è divenuto un movimento artistico vero e proprio, affiancato dal redesign, capace di riprogettare praticamente tutto. I mobili e gli arredi devono vivere di una passione propria così da trasmettere sentimenti e, appunto, romanzare la quotidianità.

Mendini, con la sua produzione che parte dalla seconda metà degli anni Settanta, fa una sorta di lifting del quotidiano che parte dagli oggetti e che vuole spingersi fino a ricreare un nuovo rapporto empatico con le persone “in un mondo abbastanza difficile e terribilmente triste” parole di un “neo modernista della transavanguardia italiana” così come è stato definito da Alberto Fiz, curatore del Marca. Con questa retrospettiva l’artista rivisita anche i concetti di architettura e di design, termini da lui stesso definiti come “uno status symbol, una prigione che stringe gli uomini come in una tonnara facendoli cozzare tra loro in continuazione”. Si devono liberare i progetti, ha detto “devono divenire una creatura solo contro lo scetticismo. Credo che viviamo in un’utopia – ha concluso l’artista – fatta da un lato di tecnicismo, dettato dall’iper-qualità dei materiali e dall’iper-sofisticatezza della produzione e dall’altro, la ricerca intorno a persona. Si deve puntare alla ricerca intorno alla persona e basta ma con l’obiettivo di fare un romanzo delle vite” .

 

In mostra. fino al 25 luglio, 70 opere tra pitture, sculture, mobili e oggetti provenienti da collezioni pubbliche e private, tra cui la, Fondation Cartier pur l’art contemporain di Parigi, il Vitra Design museum di Well am Rhein e il museo del design della Triennale di Milano, che indagano la vastissima produzione dell’artista milanese, in una mostra ben strutturata e facilmente fruibile  anche ad un pubblico meno esperto. Le pareti interne del Marca dove sono esposte le opere, sono interamente colorate da graffiti enormi (site specific) che danno un tocco di qualità e rendono il museo più accogliente. Nel percorso ci sono anche progetti e schizzi, alcuni anche inediti, con preziose testimonianze di Paladino, Mimmo Rotella, Michele De Lucchi e Tiger Tateishi dedicate a Mendini. Tra le altre, sono esposte la “poltrona di paglia”, del 1975, la performance “lassù con il falò della sedia in legno”, “la sedia terra” del 1975 proveniente dal Vitra design museum, “l’armatura per violinista e arpa” una tuta aderente ed elastica che raccoglie lo strumento e il musicista in un’unica figura e il “monumento da casa”, cioè una seduta da casa trasformata in trono.


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