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“Sud ribelle”. Quella maledetta operazione “Grillo”!

“Sud ribelle”. Quella maledetta operazione “Grillo”!

A distanza di otto anni da quella notte, tra il 15 e il 16 novembre 2002, in cui i nuclei speciali di polizia e carabinieri, prelevano nelle loro abitazioni venti attivisti meridionali appartenenti alla Rete del movimento no-global per rinchiuderli nelle carceri speciali, riaffiorano le immagini di quei momenti, in vista dell'udienza d'Appello fissata il 20 luglio, a Catanzaro

Nella notte tra il 15 e il 16 novembre 2002, all’alba, nuclei speciali di Polizia e Carabinieri, travisati ed armati di tutto punto, prelevano nelle loro abitazioni venti attivisti meridionali appartenenti alla Rete del sud ribelle e li rinchiudono nelle carceri speciali di Trani, Latina e Viterbo. Scatta l’operazione denominata “Grillo”. Vengono sequestrati computer, libri, volantini, oggetti personali, agende telefoniche. I capi di imputazione sono pesantissimi: cospirazione contro l’ordinamento economico dello Stato e associazione sovversiva.

A detta degli inquirenti, gli indagati avrebbero cospirato al fine di “turbare l’esecuzione delle funzioni del governo italiano, sovvertire violentemente l’ordinamento economico nazionale, sopprimere la globalizzazione dei mercati economici, alterare l’ordinamento del mercato del lavoro” in occasione del G8 di Genova e del Global Forum di Napoli. I componenti del gruppo, controllati per mesi da Ros e Digos, avrebbero partecipato alle manifestazioni di Genova nel luglio 2001, “prendendo parte agli scontri con le forze dell’ordine e alle devastazioni”. La supposta associazione avrebbe, inoltre, organizzato “l’invasione delle agenzie di lavoro interinale di Napoli, Taranto, Cosenza”.

Il gruppo, secondo la ricostruzione, avrebbe operato, infatti, attraverso tre diverse “cellule” attive in Campania, Puglia e Calabria. Le intercettazioni telefoniche ed ambientali, i pedinamenti, i controlli di siti internet, avrebbero consentito di accertare l’esistenza di una vasta rete di contestatori che si preparava a scendere in piazza in occasione del vertice internazionale di Napoli nel marzo del 2001. Gli attivisti, secondo gli investigatori, parteciparono alle manifestazioni e agli scontri, ripetendosi a Genova nel luglio successivo. In tutto vengono notificati 52 avvisi di garanzia. A firmare i provvedimenti, due magistrati cosentini, il sostituto procuratore Domenico Fiordalisi e il Gip Nadia Plastina, sulla base di un castello accusatorio e di un teorema giudiziario che, senza presentare alcuna prova concreta, pretendevano di leggere come una sequela di attività criminose la limpida vicenda di impegno politico, sociale, sindacale e culturale che gli imputati conducevano alla luce del sole e nel pieno rispetto dei principi costituzionali.

La vastità dell’operazione, lo sproporzionato numero di reparti dispiegati, la traduzione degli arrestati in carceri di massima sicurezza, fanno pensare, sin da subito, che l’operazione “Grillo” non sia il tipico abbaglio giudiziario, camuffato magari da inchiesta antiterrorismo, quanto, piuttosto, una vera e propria rappresaglia nei confronti di un intero movimento, reduce dalle straordinarie giornate di Firenze 2002. Del movimento e delle sue origini si occupa, infatti, Plastina, il Gip firmatario delle ordinanze di custodia cautelare, che, riassumendo il cammino del movimento no global, e inventandosi un pindarico legame Seattle/Cosenza, utilizza la storia dei movimenti non solo per collegare gli episodi di devastazione e saccheggio dell’inchiesta cosentina  a quelle del capoluogo ligure, ma anche per dimostrare un anacronistico filo rosso che avrebbe legato episodi degli anni settanta con fatti e persone degli anni duemila.

L’assoluzione. Da allora, da quella maledetta notte di novembre, sono trascorsi quasi otto anni. Ma bastarono appena 19 giorni perché l’impianto accusatorio iniziasse già a sgretolarsi, sotto la tagliola dell’ordinanza con cui il Tribunale della libertà di Catanzaro, il 3 dicembre 2002, scarcera gli arrestati. “Esprimere il dissenso non è reato” è la ratio che muove i giudici del riesame. L’accusa è costituita, infatti, per lo più da intercettazioni telefoniche. Dalle discussioni, dai pensieri, dalle parole, dai diverbi e quant’altro si possa dire per telefono, sono state estrapolate frasi, spesso stravolte e contorte, che hanno costituito l’asse portante dell’accusa e della vicenda giudiziaria che si trascina da allora. Segnata, in seguito, dal rinvio a giudizio di tredici indagati, dall’archiviazione di altri quarantuno, da un processo in primo grado, da 50 lunghe udienze e da numerose manifestazioni di piazza, tra cui spiccano quella dei 70mila di Cosenza, il 23 novembre 2002, e quella dei 40mila, alla vigilia della sentenza di primo grado, sempre nelle vie della città bruzia, sei anni più tardi. Che fu, e non poteva essere altrimenti, una sentenza di assoluzione piena, pronunciata il 24 aprile del 2008. Levando, così, la maschera ad una tesi accusatoria debolissima ed artefatta.

Un “esperimento giuridico”. La vera radice dell’inchiesta ha una data precisa: 10 aprile 2000. E’ allora che vengono fatti recapitare alla Zanussi di Rende alcuni volantini di rivendicazione a firma Nuclei di iniziativa proletaria e rivoluzionaria (Nipr). Questa fantomatica sigla – su cui mai si farà chiarezza – rivendica una serie di piccoli attentati incendiari avvenuti a Roma. L’inchiesta sul sud ribelle ed i suoi militanti parte, dunque, molto prima di Genova e Napoli 2001. Quando il ritrovamento del volantino fa arrivare nel capoluogo bruzio la crema dell’intelligence italiana -Ros, Digos, Sisde – che, brancolando nel buio, si occupa di monitorare l’area antagonista cosentina, fatta di centri sociali, associazioni, tifoseria ultrà, comitati ambientalisti, in sinergia con altre realtà meridionali da sempre in prima linea nelle lotte contro la militarizzazione del territorio, la Nato, le mafie, la devastazione del territorio, il Ponte, le scorie nucleari a Policoro e le navi dei veleni che riempiranno le cronache dei giornali ben sei anni dopo. A curare il fascicolo è un discusso procuratore, Domenico Fiordalisi, già oggetto di numerosi procedimenti disciplinari, che, meticolosamente, tira su un castello di 359 pagine accusatorie. Il fascicolo viene respinto dalle procure di Genova, Venezia e Napoli e, infine, accolto dalla Procura di Cosenza. Con una formula accusatoria, quella di associazione sovversiva, riproposta in seguito in altre circostanze e da altre procure, che ha dimostrato, così, il valore di “esperimento giuridico” del processo di Cosenza. Da allora, qualunque forma di lotta sociale diventerà perseguibile o, quantomeno, controllabile. E se anche le accuse si esaurissero con un nulla di fatto, un risultato questi processi lo avrebbero comunque ottenuto: quello di tenere sotto pressione i soggetti politici contro cui sono costruiti. In nome di un controllo sociale, diffuso e capillare, che sembra essere il refrain di ogni “democrazia” moderna.

L’Appello. Nel dicembre del 2008 la Procura della Repubblica di Cosenza fa ricorso contro l’assoluzione piena dei tredici militanti accusati di associazione sovversiva. L’udienza è fissata per il prossimo 18 maggio (rinviata al 20 luglio, ndr), presso la Corte d’Assise di Appello di Catanzaro.

Pubblicato su “Il manifesto” il 18 maggio 2010


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