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Quando il sangue bolle nelle vene… e prevale l’istinto!

Quando il sangue bolle nelle vene… e prevale l’istinto!

coregorafia di massimo con la turris

Stagione calcistica ’96 – ’97 campionato di C2 coreografia dedicata a Massimo Capraro

20 aprile ’97, Stadio Nicola Ceravolo. Posiziona la palla, rincorsa, tiro: parato!!! Uuuuuoooooooo… incredibile! Ha sbagliato. Ciccio Libro ha sbagliato. Non ci posso credere! che botta! Un boato sordo, doloroso, mai sentito prima strozzava in gola la gioia di uno stadio stracolmo, pronto ad un’esultanza epica. Una coltellata aveva trafitto nello stesso momento migliaia di cuori. Un rigore fallito aveva decretato in buona sostanza la fine di una stagione da incorniciare per pubblico, tifo, esodi in trasferta, ultras al seguito.

Mr Lavezzini, nella sua stagione ’96 -’97 giocata in C2, alla pagina 218 di televideo, con Soluri presidente, era riuscito a coniugare risultati, un’euforia collettiva ancora oggi inspiegabile, passione come ai tempi della seria A. Un uomo semplice, genuino, vicino ai tifosi aveva riscaldato i cuori giallorossi. Ma di calcio giocato, come potete immaginare, non se ne vedeva granchè…! ma era tutto così bello! Si viaggiava sulle ali dell’entusiasmo. Il finale fu da incubo. I 18mila del Ceravolo cadono nella disperazione. Facce tristi per settimane, dimissioni, malattia, follie collettive, pianti. Di tutto! A fine partita, una breccia tra le maglie della recinzione consentì ad un gruppo inferocito di supporters di sfidare l’ineluttabile destino amaro. la C2 sarebbe stata la nostra categoria per molti lunghi anni. Era una curva meravigliosa. Colorata, bellissima ma soprattutto “superiore” su piano del tifo, che solo la sorte infame e una fragilità societaria, riuscirono a soffocare. Con tutto il rispetto per la curva attuale parliamo veramente di cose molto distanti. Ma era un altro calcio, non c’era la pay tv, la lira era la moneta nazionale, il livello repressivo attuale era ancora inconcepibile. L’ispettore Raciti era in vita e coordinava il servizio d’ordine della polizia del Cibali (ribattezzato Massimino). Chi se lo scorda…!

Era la mia generazione, erano i maledetti anni Novanta consumati sui campi polverosi della C2 ma passati alla storia come indimenticabili. Grandi coreografie, i piccoli gradini che creavano l’effetto muraglia umana fatta di teste e non di mezzi busti. Erano gli anni dell’inizio di quella generazione di ragazzi che tra Roma, Catanzaro, Bologna aveva ridato linfa, senso e mentalità ad un gruppo scompaginato dei pezzi migliori dopo la retrocessione in C2 decretata della Caf, in seguito allo spareggio di Lecce vinto contro il Nola. Erano gli anni in cui Andrea Amendola usciva dai Tipsy group e iniziava ad organizzare per conto della Cmc trasferte oceaniche. Erano i tempi in cui ad alcuni giovani cresciuti all’ombra della generazione anni Ottanta fu lasciato l’arduo compito di decidere cosa fare della storia del gruppo. Sciogliere o andare avanti. Ecco il dilemma. Si proseguì dietro lo striscione.

È storia, non fantasia. Erano gli anni in cui un gruppo fatto di teste diverse per estrazione sociale e aspettative di vita si confrontava giorno dopo giorno con unico obiettivo: sostenere la squadra sempre e comunque. Un piccolo miracolo. Un gruppo di amici e conoscenti che spesso condivideva non solo la domenica. Visioni politiche spesso in contrasto provocavano scosse telluriche che si ricomponevano in breve tempo. I veri problemi erano altri e successivamente le cose diventarono più chiare. Un pullman, una lista, stessi posti, per oltre 10 anni. Yogà, i tafferugli, le sbornie, gli interminabili viaggi in treno, Torre del greco, Nardò, Catania, Marsala, Casal di Principe. Astrea. Ahahhahaha… Così crebbe e ritornò forte in auge il mito degli Uc ‘73 che fece eco in tutta la Penisola. Sempre presenti. Sempre pronti. A ripensarci mi vengono i brividi.

Non lo dimentichiamo mai. Tanti sacrifici, tanti chilometri, anni di dura militanza. Ma la partita non si guardava proprio. Tante sconfitte sul campo ma tante vittorie sugli spalti. Tante cose eccellenti ma anche tanti errori. Tanti ostacoli. Un gruppo di giovani orgogliosi andava avanti per la propria strada, contro ogni previsione, a volte anche snobbato da una tifoseria dal palato fine, cercando dentro di se gli stimoli per sostenere una squadra assurda di quarta divisione. Furono gli anni più duri. Cosenza e Reggina veleggiavano nel calcio che conta. Anni più belli e formativi sul piano ultras. Furono gli anni delle più grandi umiliazioni calcistiche della nostra storia ma di grandi successi sugli spalti e fuori. Nuove relazioni con gemellati e amici. Non lo dimentichiamo. La serie B era una chimera; la serie A, uno stupendo ricordo per i più grandi, una cartolina sbiadita per i più piccoli. Il senso di appartenenza verso una comunità, verso un simbolo sociale tennero in vita tutti noi. Furono anche gli anni del crescente leaderismo, dell’accentramento del potere su una sola persona, che nel corso del tempo, segnò il gruppo nel bene e nel male.

Ma oggi una lezione su tutte porto dentro nitida e forte dopo quella maledetta domenica contro la Battipagliese: essere ultras non significa essere tifoso. Sono due rette parallele che non s’incontrano mai. Due significati apparentemente simili, ma nella sostanza lontani anni luce. Quella famosa partita cancellò in me qualsiasi aspettativa calcistica della mia squadra del cuore. Come quando una delusione d’amore per una donna ti gela talmente tanto che non riesci più ad innamorarti. Da quel giorno trovò posto in me solo l’essere ultras. Un senso di appartenenza che va oltre la squadra, oltre la categoria. Da quel giorno la vera partita si giocava sugli spalti. Lì sì, che si potevamo determinare i nostri destini. Avevamo il pieno controllo della nostra partita. Il mio sguardo si rivolgeva ormai alle gradinate, ai miei amici. Via la sciarpa dal collo. E fu proprio grazie a quell’approccio mentale, quasi fanatico, difficilmente comprensibile ma condiviso da quella favolosa generazione, che venne fuori un gruppo unico che si presentava dappertutto orgoglioso e fiero, disinteressato alle vicende calcistiche della squadra, concentrato ad un mondo ultras che mutava e si rigenerava. Più si perdeva, più si tifava. Era un coro continuo, un viaggio senza sosta. Ultras sette giorni su sette. Presenza, tifo, lealtà. Principi semplici ma essenziali per creare il mito degli Uc ’73, almeno fin agli anni delle divisioni, dei contrasti interni, delle diffide che stroncarono quell’inimitabile generazione che ancora porto dentro, con emozione e fierezza.

Oggi, 17 anni dopo quella strana decisione di levare gli striscioni dalla curva e di abbandonare prima del fischio finale la Cmc perchè il Cosenza espugna il Ceravolo, provo amarezza e rabbia. Come giustamente ha detto qualcuno in una delle riunioni più costruttive e partecipate degli ultimi anni è stata una decisione istintiva, di pancia più che di cervello. E va presa così. Ma va superata in fretta. La rabbia del tifoso per un attimo ha schiacciato la mentalità ultras. d’altra parte, dietro gli striscioni ci sono uomini non macchine. E il sangue a volte bolle più del dovuto. Può accadere, è umano. Riconoscerlo è segno di grande maturità, un segnale di crescita che io riscontro in maniera tangibile da quando il gruppo ha voltato pagina.

A chi invece in questo momento ride di questo gesto e usa i social network per infangare la nostra curva consiglio di fare meno parole e più fatti. I nodi al pettine arrivano sempre…

Alla nostra società presieduta da Giuseppe Cosentino che ha regalato la gioia ai pochi tifosi del Cosenza dei trenini in curva est suggerisco invece di fare un lungo e accorato mea culpa. Basterebbe ripercorrere la storia della nostra società calcistica e soprattutto della nostra immensa tifoseria per capire quanto ha sbagliato. Qui non siamo né a Cosenza né a Reggio Calabria. Sia chiaro. Questo dato forse sfugge sia al nostro presidente che allo staff tecnico. Non si verifichi mai più.  La comunicazione doveva servire anche a questo. Il silenzio stampa, la chiusura verso l’esterno evidentemente non sempre determinano buoni risultati. Dovete crescere anche voi!

Ai miei cari amici di Curva che rispetto dal primo all’ultimo mi sento di dire solo di tenere sempre a mente quei pochi ma sani principi che hanno consentito al nostro gruppo di diventar grande. La squadra e i suoi risultati sul campo c’entrano ben poco con le vicende di curva. Lasciamo fare al tifoso la sua parte. Tanto, si sa: quando le cose vanno bene, è lì a tifare, quando vanno male è pronto a contestare o a disertare. Ma attenzione pure a saper riconoscere nella massa il “tifoso” che non ha a cuore le sorti della squadra ma che si muove nell’ambiente per interessi prettamente personali! Quello è il peggiore. Gli ultras invece sono sempre lì, a sostenere i colori di una città, di un simbolo e non di una rosa di giocatori che indossa una maglia o di un gruppo societario.

Di quella domenica di delusione sul campo resta impresso in me quel mosaico di facce, quel tifo incredibile, quella curva maestosa che ancora oggi mi rende fiero di essere catanzarese, e non certo una squadra fatta di nomi che oggi neppure ricordo o l’ennesima promozione sfumata.

E vi assicuro che, ripensandoci a mente fredda, non è poco. Forza ragazzi, forza aquile! Sempre.


Giornalista. Ho lavorato per diverse testate giornalistiche calabresi, tra cui Il Quotidiano della Calabria e Calabria Ora. Ho collaborato, inoltre, con alcune riviste ricoprendo il ruolo di corrispondente calabrese per Boxering (periodico internazionale di pugilato). Ho coordinato, per circa 3 anni, "Mentalità", la fanzine della Curva Massimo Capraro. Da sempre sensibile alle problematiche sociali e civili, mi sono occupato spesso di temi legati al lavoro, alla politica, al disagio sociale, ai movimenti di rinnovamento della società ma ho scritto anche di sport e spettacolo. Dall’ottobre 2008 sono un freelance. Nel 2009, insieme ad alcuni colleghi, decido di fondare questa testata giornalistica, di cui sono orgogliosamente al timone. Nel 2012, su questo portale, fondo Radio Popolare Catanzaro, un'emittente in streaming davvero interessante, ma avrà vita breve. Oggi più che mai penso che terramara, ribattezzata nel 2016 magazine d'informazione indipendente rappresenti al meglio la mia idea di giornalismo in movimento

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