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Veleni a Crotone: “In quell’inferno le bestie eravamo noi”

Veleni a Crotone: “In quell’inferno le bestie eravamo noi”

Pubblichiamo l'intervista del direttore della testata giornalistica on-line, www.crotonews.it, ad un ex operaio dell'indotto delle fabbriche crotonesi. Nell'ex area industriale ha fatto turni da 24 ore, mangiato sull'amianto, raffreddato l'acqua con l'ammoniaca e si lavava con l'olio d'oliva. Adesso chiede uno screening e il Registro dei tumori

 Tante volte ho sentito parlare dei lavoratori della Montedison, ma le vere bestie eravamo noi, quelli dell’indotto”. E’ lo sfogo di uno degli ex operai dellaGuffanti”, ditta edile che per anni è stata al servizio dei “colleghi”, i cui lavoratori si sono trovati a gestire, tra le altre cose, “turni da 24 ore”. In fondo nemmeno alle bestie si chiede tanto. Il problema per Giancarlo Ruggero, in ditta dal 6 agosto del 1976 fino al 30 agosto del 2005, non sono i benefici previdenziali. Quelli, pur tra non poche difficoltà, lui li ha avuti. Nella sentenza che lo vede vincitore c’è scritto che “gli addetti ai lavori impegnati nell’attività non svolgevamo mansioni proprie e relative alla qualifica, ma si arrangiavano su tutto”. La rabbia di Ruggero cresce: “Non mi ha mai voluto ascoltare nessuno”.

 Le richieste rimaste inascoltate

Ma nel corso di questi ultimi anni ha chiesto, gridato dell’altro. E’ stato uno dei primi a chiedere l’istituzione del registro dei tumori, ma soprattutto uno screening completo nei confronti di tutti i lavoratori che mangiavano “pane e amianto” tutti i giorni. O meglio, non tutti, visto che qualcuno purtroppo è passato a miglior vita. Provate a immaginare perchè. Ha fatto richieste all’Azienda sanitaria provinciale (protocollata il 4/12/2006), alla Prefettura (protocollata il 31/12/2007 con il prefetto Melchiorre Fallica e il 9/02/2009 con Luigi Varratta) e consegnato un esposto alla Procura della Repubblica il 09/03/2007, ma “non ho mai avuto risposte”, dice. Eppure ne avrebbe di cose da raccontare: chissà se in questi giorni in cui tutti propongono il miglior metodo per la attuare la bonifica dell’ex sito industriale c’è qualcuno a cui interessa sapere davvero come si lavorava “in quell’inferno”.

L’eternit come tavolo per il pranzo

Chissà se a qualcuno interessa sapere che i lavoratori dell’indotto non avevano accesso alla mensa (“Ma un giorno l’ho occupata – dice orgogliosamente Giancarlo – e alla fine siamo riusciti a sederci anche noi”), che usavano l’eternit come tavolo, che entravano nel maledetto reparto Forno Fosforo” con il “forno acceso, utilizzando amianto e cemento per le riparazioni e per scrostare quel locale salendo fino a 40 metri di altezza e utilizzando solamente scale di legno, stando bene attenti a scappare in caso di cadute di materiale”. Che sono arrivati a fare “turni di 24 ore, soprattutto durante i due periodi che venivano definiti di ‘fermo’ e che servivano a sistemare alla meno peggio i locali”. Periodi durante i quali “si sapeva quando si entrava, ma non quando si usciva”. Giorni in cui potevano fare anche 40 notti consecutive con turni da 12 ore”. Perchè il loro compito era quello di garantire al reparto di essere produttivo in ogni istante, e poco importava se quando si ritornava a casa “bisognava lavarsi con olio d’oliva” o che per avere l’acqua fresca utilizzavano immergere le bottiglie nell’ammoniaca.

Per noi niente feste

Per noi non esistevano feste – ricorda Giancarlo”. Ma questo, purtroppo, nell’era della chimica passava in secondo piano: da quel lembo di terra uscivano veleni, morte, ma anche stipendi sicuri per tutti gli operai. E “Crotone stava bene” sentiamo dire ancora oggi. Ma adesso questa situazione non è più sopportabile, per questo Giancarlo spera in una bonifica urgente di quell’area e continua a raccontare ciò che ricorda bene, benissimo. Come il fatto che al di sotto di “quella superficie” all’interno dell’ex area industriale “che adesso solo apparentemente è sistemata e pulita tanto da sembrare un bel parcheggio, c’erano e ci sono delle vasche stracolme di tonnellate di veleni che sono state semplicemente coperte senza essere bonificate”. O che loro “gettavano l’amianto direttamente con i muletti nella discarica fronte mare, quella alle spalle della Sasol”.

Infine, Giancarlo afferma con un pizzico di orgoglio e con lo sguardo di chi non accetta la beffa: “Noi non diventeremo mai maestri del lavoro. I lavoratori dell’indotto non possono diventare maestri del lavoro. Per alcuni i maestri del lavoro sono le persone vestite per bene. Noi lavoravamo come bestie. Noi non avevamo nemmeno le mascherine, figurarsi giacca a cravatta.”.

montalcini@crotonews.it


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