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Valerio, il suo sapere la nostra vita

Valerio, il suo sapere la nostra vita

ROMA. Era un libraio, fu lui a fondare la Libreria Internazionale, a San Lorenzo, quella che in poco tempo divenne crocevia di ribelli della strada, ultrà, skins, punks, veterocomunisti e qualsiasi tipo di “animale sociale” che si possa immaginare. Al ricordo di Marchi, al suo sapere conquistato e sempre condiviso è dedicata l’iniziativa che si svolgerà, in via dei Volsci, oggi e domani

“Valerio il tuo sapere è la nostra vita”. E’ la scritta che campeggia sotto al ritratto di un “vecchio” skin, sul muro al civico 41 in via dei Volsci a Roma. Il muro è quello della libreria Internazionale. Il graffito è quello dedicato a Valerio Marchi, realizzato nel 2006, a pochi giorni dalla sua morte. Al suo ricordo, al suo sapere conquistato e sempre condiviso è dedicata anche: Valerio il tuo sapere la nostra vita, l’iniziativa che si svolgerà, in via dei Volsci, oggi e domani.

Valerio Marchi era un libraio, fu lui a fondare la Libreria Internazionale, a San Lorenzo, quella che in poco tempo divenne crocevia, punto di passaggio e d’incontro di ribelli della strada, ultrà, skins, punks, veterocomunisti e qualsiasi altro tipo di “animale sociale” che si possa immaginare. Una libreria ricchissima e nello stesso tempo piccolissima, talmente piccola che nessuno ha mai capito come potesse contenere così tanti libri e troppe persone tutte alla volta. Già, perché Valerio riusciva a organizzarci “di tutto” rendendola un luogo imprescindibile nel percorso controculturale romano. Un punto ancora oggi aperto, ancora una volta ospite di ogni contaminazione culturale, grazie al lavoro dei ragazzi che ne stanno, orgogliosamente, raccogliendo l’eredità.

Valerio Marchi aveva vissuto in prima persona il movimento del ’77, non si allontanò mai troppo dalle culture di strada in cui era cresciuto. Valerio era un antifascista, era uno skinhead, un raffinato lettore ed esperto di musica reggae, ska, punk sempre pronto a condividere con i suoi compagni di “pogo”, saperi, birre o risse. Valerio Marchi era amico di alcuni e rispettato da molti vecchi e giovani ultrà della Sud romanista. Egli stesso, pur non frequentando quasi più la curva, si sentiva ancora un ultrà “vecchie maniere”, sempre e comunque, vicino alla vita e ai mutamenti della sua vecchia curva, dove alcuni suoi amici e compagni continuavano ad agire in prima linea. Decisi, come Valerio col suo contributo critico, a non lasciare ai ragazzi di destra questo pezzo così importante della città più grande e complicata d’Italia.

Valerio non perdeva occasione di raccontare i libri, quelli che amava e quelli che affollavano la sua libreria e condivideva il suo sapere anche scrivendo. Un lavoro prezioso il suo che ha portato a definirlo esperto delle controculture giovanili, sociologo, storico, intellettuale di strada. Non esiste, forse, una definizione completa per rappresentare quel che è stato il suo percorso di crescita intellettuale. Attore protagonista delle stesse sottoculture che andava narrando, le seppe comprendere e raccontare. Un linguaggio semplice, lontano da troppo pomposi toni sociologici, ma che dai classici di quella scienza attingeva strumenti di analisi. Sapeva parlare delle sottoculture con la padronanza propria di chi ne è attore protagonista, e come arricchire la conoscenza della strada con gli studi più “accademici”. Libri fondamentali i suoi, soprattutto per chi come lui di quelle sottoculture, ribelli e antagoniste, era protagonista.

Lo scrive chiaro anche nella prefazione de La sindrome di Andy Capp (Nda Press), ultimo suo lavoro. “Mi interessa più come lettore il giovane e scostumato teppista che il meno giovane e acculturato professore o giornalista o sociologo o quel che sia”.  Valerio parlava ai suoi amati “teppisti” che fossero ribelli di strada, punks, skins, o ultrà. In più di un’occasione e in più di un libro, iniziò a tracciare la storia delle forme di “teppismo”, raccontò il punk e la sottocultura skinhead, mise in evidenza l’abilità innata delle culture giovanili nel trovare istintivamente nuove forme di resistenza e conflittualità. Comprese i movimenti, iscrivendoli nella storia, ne anticipò i cambiamenti e ne analizzò la repressione. Facendo anche errori, certo, ma dimostrando l’intelligenza e la capacità di saper tornare sui propri passi. E seppe mettere in primo piano la necessità delle sottoculture, in primis di quella ultrà, di autorappresentarsi, di prendere la parola, scrollandosi di dosso il ruolo di oggetto di stigmatizzazioni e analisi sociologiche.

Il lavoro più illuminante e prezioso di Valerio Marchi è stato quello sullo stadio e sul mondo ultrà, e Il derby del bambino morto (Derive & Approdi) ne rappresenta il punto di analisi più alto. Con questo libro, ancor più che con il ben più vecchio Ultrà – Le sottoculture giovanili negli stadi d’Europa (Koiné) ha indagato i cambiamenti sociali e storici che hanno investito e trasformato le curve, non solo quelle italiane. Ha studiato da vicino i loro protagonisti, ultrà o ultras che dir si voglia, soggetti “devianti” che con le loro azioni e le loro manifestazioni pubbliche di pensiero, destabilizzano la morale e l’ordine pubblico. Stadio, quindi, come “laboratorio della repressione”, in accordo con le visioni più attuali e lungimiranti sulla dialettica potere/resistenza al potere nelle moderne democrazie occidentali. Un mondo ribelle che se negli anni 70 attingeva slogan e pratiche dal mondo dei gruppi militanti, vede oggi questo paradigma ribaltato: sempre più è il mondo della militanza politica ad attingere pratiche e stili comunicativi da un mondo che, pur privo di direzionalità politica, ha dimostrato negli ultimi anni una capacità di “resistenza” e di “offesa” notevolissime. I drammatici eventi del 2007, l’omicidio di Gabriele Sandri, la risposta del movimento ultrà e le nuove strette repressive, hanno accelerato un processo di crescita e di messa in strada delle istanze ultrà che ha visto questo movimento diventare particolarmente attento alle violenze perpetuate dalle forze dell’ordine e non solo nel mondo stadio. Gli striscioni apparsi nelle curve italiane per Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi e la sensibilità dimostrata per la vicenda di Stefano Cucchi a Roma si iscrivono con forza in questo percorso. Le teorie e analisi quelle di Valerio che si dimostrano, oggi più che mai, nella loro attualità anche davanti all’introduzione della tessera del tifoso, ennesimo strumento repressivo che limita le libertà personali, calpestando il diritto alla privacy e colpendo preventivamente e indistintamente tutti.

In questo contesto nasce la due giorni, Valerio il tuo sapere la nostra vita, voluta da chi ha amato Valerio Marchi, da chi è stato suo fratello di pogo, di strada, di sbronze, di curve, di lettura e condivisione dei saperi (“senza fondare poteri”, come ricordava sempre Primo Moroni). Al centro della prima giornata saranno le sottoculture Skins&Punks. Un miscuglio esplosivo di proletari e sottoproletari aggressivi, puritani e sciovinisti, provenienti da una precisa identità lumpen occidentale che si è mescolata e arricchita con una cultura apparentemente incompatibile come quella degli immigrati indoccidentali. Uno “stile” che tenta di far rivivere, attraverso l’estetica skinhead,  certe espressioni della cultura tradizionale della working class rispettando ed esaltando però il contatto positivo con la cultura dei neri. Il gioco dialettico dei neri e dei bianchi veniva espresso chiaramente dagli stivali e dai capelli rasati a zero, incarnando i temi estetici comuni a entrambi. Per non parlare dell’ondata Punk che ha letteralmente stravolto l’immaginario giovanile insediandosi all’interno delle periferie metropolitane. Partendo dalla retorica del nichilismo e del teppismo creativo, il punk, in maniera esasperata e antagonista, esce fuori dalle logiche comunemente accettate, riuscendo in qualche modo a rompere le “gabbie” di Babilonia con una musica nuova e con una filosofia “anarcotica” della vita. Partendo da queste considerazioni i protagonisti saranno chiamati a narrare storie e aneddoti dal mondo delle sottoculture mettendo in evidenza anche le dinamiche che hanno favorito l’infiltrazione di gruppi razzisti e neofascisti. Altro tema d’indagine caro a Valerio che ha saputo in più di un’occasione dipanarsi anche nella rete delle nuove destre europee.

Importante, come è stato il lavoro di questo intellettuale di strada sullo stadio, sarà l’incontro di venerdì 2 luglio incentrato su: La Controcultura ultrà fra antagonismo e repressione. L’omaggio più potente e intenso che si sarebbe potuto fare a Valerio, a lui che non mancava mai di ripetere che: “di calcio con i compagni non si può parlare”. Via dei Volsci, luogo storico e denso di significati per la sinistra antagonista si apre oggi come non mai al movimento ultrà. Riconoscendone sì, la scontata dignità di sottocultura, ma altresì la valenza “politica” di controcultura. Laddove per “politica” s’intende il suo rapporto dialettico con l’organizzazione politica della società, non il livello superficiale e “contraddittorio” dell’adesione simbolica dei gruppi ultrà alla destra o alla sinistra. Proprio per questo si parlerà di “controcultura” ultrà. La passione per la propria squadra di calcio e l’istintiva opposizione nei confronti dei poteri dominanti ne sono il collante principale, ma questo movimento ha saputo uscire dai confini dello stadio proponendo un ruolo sociale alternativo e antagonista da cui non ci si spoglia al termine dell’evento sportivo. Valerio Marchi ci parla anche di questo nei suoi libri, insegnandoci che non si può ridurre la carica antagonista del movimento ultrà riconducendolo semplicemente a scontro di classe o tra ideologie politiche. E’ così necessario che siano gli stessi protagonisti di questo movimento a iniziare a ricordare l’importanza del lavoro svolto da Valerio Marchi, narrando le caratteristiche della loro controcultura e portando alla luce i meccanismi di repressione. Un momento di confronto reso possibile solo se si sceglie di raccogliere quel che Valerio Marchi ha lasciato.

 

Gli Amici di valerio… eterogeneamente ribelli

 

 “Quello che Valerio ha lasciato dietro di sé è esattamente come lui: un amico spirituale che pone problemi, che indica direzioni, che interroga il presente, che ti porta a guardare da vicino i luoghi del reale, del conflitto che non si estingue e non si estinguerà”.

 

Wu Ming5

 

 

 

 

 

 


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