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Si spegne Giovannino Lopez: alto rappresentante della Fao

Si spegne Giovannino Lopez: alto rappresentante della Fao

A sinistra, Giovannino Lopez, funzionario Fao, in una delle tante missioni in Africa

Le esequie si svolgeranno mercoledì 22 maggio, a San Giovanni in Fiore, dopo un lungo viaggio da Pisa per riportare la salma nella sua amata Sila.

“Questo scritto non è un romanzo, né ha la presunzione di un saggio letterario, è solo la descrizione giornalistica e cronologica di un viaggio autobiografico illustrato dai paesi e luoghi visitati, dagli uomini e cose incontrate, dal lavoro professionale svolto, conservando la capacità di emozionarsi di fronte alla maestosa bellezza della natura, ai rapporti con particolari persone, ai ricordi del passato. Niente è frutto della fantasia. Vere sono le persone coinvolte come veri sono i loro nomi ad eccezione di quelli dimenticati e taciuti. Paesi e luoghi sono lì, a confermare la loro inconfutabile esistenza. Questo scritto non è, né lo vuole essere, riservato solo agli esperti della Fao o di altre Agenzie di cooperazione allo sviluppo. Il semplice turista, il “viaggiatore della vita”, coloro che “volano lontano”, scopriranno in esso la verità della vita nella sua quotidianità condizionata da paesi, da luoghi, da persone, da circostanze”.

Sono queste le commosse e sentite parole che Nino Lopez – alto e attivissimo funzionario della Fao, nato a S. Giovanni in Fiore e deceduto a Pisa lo scorso 19 maggio, dotato di profondissima umanità, desideroso, con il proprio entusiasmo e con la propria azione, di vedere crescere e progredire le popolazioni povere dell’Africa, dell’Asia e dell’America del Sud, alle quali, tra notevoli sacrifici e difficoltà ma sempre con grande passione non disgiunta da una profonda compartecipazione e comprensione di tanta dolente umanità – aveva intenzione di premettere al proprio libro di memorie della sua intensa e lunga attività di operatore della Fao in Argentina, Benin, Sao Tome e Principe, Burkina Faso, Haiti, Malì e, per brevi consulenze, in Costa d’Avorio, Ciad, Gambia, Guinea Bissao, Guinea Conakry, Malesia, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Sudan, Tailandia, Togo.

E’ in Argentina nell’autunno del 1969 su incarico dello Studio di Economia Agraria del Prof. Daniele Prinzi, consulente della Fao in materia di colonizzazione per un progetto finanziato dal Pnud che prevedeva l’irrigazione di 100mila ettari nella Bassa Valle del Rio Negro, nella Provincia di Viedma, e la creazione di piccoli e medi poderi da assegnare a maestranze agricole provenienti da altre Province del Paese.

Nino è attratto dalla Calle Florida, la strada commerciale più importante di Buenos Aires, ricca di eleganti vetrine che propongono capi di abbigliamento italiano, ritenuti dai commessi delle boutiques come los mejores del mundo. Si ferma davanti ai negozi di artigianato locale ricchi di oggetti di cuoio lavorato, selle e finimenti d’equitazione, ponchos di lana di llama, challines di vicugna e di guanaco, articoli della tradizione gaucha come le boleadores, i larghi cinturoni istoriati di vecchie monete, il machete, le tipiche botas, i bassi stivaletti di cuoio nero con il tacco alto.

Da maggio del 1978 ad aprile del 1982 è nel Benin, ex Dahomey. Quando con un volo Air Afrique raggiunge Cotonou, l’area intorno alla città, vista dal finestrino dell’aereo, gli crea un certo sgomento: è tutto un susseguirsi di stagni, paludi e lagune.

“Mi chiedo – sottolinea – con apprensione “dove sto portando la mia famiglia??”

La sera mi trasferisco nell’abitazione di una collega algerino esperto della Fao già partito con la famiglia per le ferie. E’ questa una consuetudine di solidarietà diffusa nella comunità straniera, e che consiste nel consentire ai nuovi arrivati di occupare momentaneamente le case lasciate libere da coloro che si allontanano per un periodo di ferie o per altro, previo una compartecipazione alle sole spese dell’elettricità, dell’acqua, del telefono”.

Né meno interessanti si rivelano le numerose altre esperienze negli altri paesi.

E’ lo struggente ricordo di uno dei nipoti, Vito, che consente di comprendere appieno Nino Lopez.

“Quando penso a Zio Gianni – scrive Vito – non posso fare a meno di pensare al verde ed ai pini della Sila. La Sila è stato sempre il nostro punto di contatto, la nostra passione ed il nostro modo di stare vicini anche se siamo stati tanto tempo e spesso lontani.

Zio Gianni amava circondarsi di persone ed orchestrare ed organizzare. Era un organizzatore nato; sono certo che se almeno una volta si è partecipato ad uno dei suoi/nostri ferragosto si restava incantati dal divertimento e dalla serenità della “combiccola” che riusciva sempre a mettere insieme.

Fino all’ultimo ha sempre cercato di lavorare, di comunicare le sue conoscenze, le sue competenze anche e soprattutto a sue spese! Lo ricordo bene perchè negli ultimi tempi si era affacciato alle nuove tecnologie e mi chiedeva di aiutarlo nel mettere a posto le sue presentazioni in power point. Ed io ne approfittavo per conoscerlo un pò meglio, per apprezzare ancora di più le sue attività contro la desertificazione condotte in Africa ma anche il suo modo di rapportarsi con le popolazioni locali.

E poi, amavo i suoi racconti di persona che si rapportava con il mondo politico e tutte le sue contraddizioni e “schifezze” oggi purtroppo note a molti ma che hanno spessore diverso quando raccontate in maniera circostanziata: promesse non mantenute, lavoro non pagato, risultati non apprezzati.

E zio Gianni – prosegue il nipote – sempre più Don Chisciotte, imperterrito fino alla fine a difendere le sue convinzioni e le sue ragioni, spesso anche contro chi cercava di dissuaderlo per non vederlo amareggiato. Era la sua amarezza ma anche la sua energia!

Ho mille pensieri che si accavallano … dai Natali passati insieme nella casa materna di San Giovanni in Fiore alle passeggiate nel parco della Sila… eventi distanti decenni ma accomunati sempre dalla stessa voglia di stare insieme, ti tornano in mente ed il corpo si scalda al chiarore della luce di un camino.

Anche la nostalgia era – sottolinea Vito – un elemento caratteristico di zio Gianni, una nostalgia positiva che trasformava in belli e caldi ricordi e che zio amava buttar giù scrivendo.

“I camini dell’infanzia”, se non ricordo male, è uno dei suoi scritti in cui ripercorre con la memoria di bambino tutti i camini che lo hanno accompagnato durante la sua vita. “Ed ogni camino ti porta un insieme di situazioni, di personaggi e di emozioni che di volta in volta ti scaldano il cuore, ti fanno sorridere, ti fanno sorprendere”.

Anche io, Mario, ho avuto il privilegio di conoscerlo. Mi colpivano il suo amore per gli uomini, soprattutto quelli bisognosi di aiuto, il suo amore per la natura, per la sua Calabria, la sua sete di conoscere, la sua curiosità, la sua alta professionalità, la sua straordinaria capacità di raccontarsi e di raccontare, il desiderio di coinvolgere gli altri nei suoi alti e nobili progetti e azioni.

Nino mi ha dato ed ha dato molto. I parenti catanzaresi, Mazzotta, Argentieri Piuma, Casaburi, hanno perduto un Uomo di altissimo profilo umano e professionale, io ho perduto un Amico, un autentico Amico.


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