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Rosarno-Crotone: dov’è il treno che porta al sole?

Rosarno-Crotone: dov’è il treno che porta al sole?

Dopo la caccia, decine di ragazzi africani hanno percorso la statale 106 da Sant'Anna alla stazione di Crotone per salire sul treno che li riporta alla "tranquillità"

Rosarno-Crotone e poi via, più lontano possibile, inseguendo un treno, un posto più tranquillo. Magari la propria casa di cartone chissà in quale parte sperduta d’Italia. A decine gli immigrati trasferiti da Rosarno al Cpa più grande d’Europa, quello di Sant’Anna, tra Crotone e Isola Capo Rizzuto. Un lembo di strada statale divide il campo dall’aeroporto Sant’Anna, quello in cui arrivano spesso i voli da Lampedusa. Ed anche lo stesso da dove partono aerei per Roma carichi di speranze e lacrime da rimpatriare tra fame e guerre. La rivolta di Rosarno tocca anche Crotone e passa oltre. Decine di ragazzi africani con borse cariche sulle spalle, con buste raffazzonate con dentro i pochi vestiti, percorrono a piedi oltre 20 chilometri, inseguendo uno spicchio di tranquillità. Rosarno è stato duro, ma non l’inferno. Già, molti di loro l’inferno lo hanno visto mentre arrivavano sulle coste italiane con barche che mettono i brividi solo a vederli, immaginarli tra le onde del mare è da far accapponar la pelle. Vanno via anche da Sant’Anna. E di corsa. Lasciano il campo carichi di buste e borsoni e vanno a piedi. Verso la stazione di Crotone, dove un treno li porterà in altre città. Il vento è forte, ma diventa fortissimo quando le automobili sfrecciano velocissime a pochi metri dalle loro gambe. Solo piante di finocchio selvatico e calanchi lungo la strada che da Sant’Anna porta a Crotone. La stessa strada sulla quale d’inverno gli ospiti del Sant’Anna si mettono a vendere lumache. Loro non le mangiano, ma hanno capito che i calabresi ne vanno ghiotti. Allora aspettano le piogge, vanno in cerca di lumache verdi e le vendono sulla strada. Ma questa mattina quella era la strada della tranquillità. Attorno rumore di auto in corsa e qualche allevamento di galline, per il resto solo stanchezza e occhi gonfi. Carichi come muli si avviano. Percorrono i tanti chilometri e poi aspettano nella sala d’attesa della stazione di Crotone. Arriva la polizia, la Digos di Crotone. Li controlla a vista, ma sta lì. Qualche bottiglia d’acqua portata da alcuni crotonesi, un pezzo di pane e alcune focacce. Un giovane ivoriano si torce per il dolore alla caviglia destra. Ha un brutto gonfiore e fa molto male. Compriamo del ghiaccio artificiale, ma il dolore non passa. “Ce l’hai il permesso di soggiorno?”. “Si, ma l’ho perso a Rosarno mentre scappavo per non prendere botte” risponde con un buon italiano il giovane guardando negli occhi me e il collega Vincenzo Montalcini. Allora chiamiamo l’ambulanza. “Vuoi andare all’ospedale?”. “Si, fa troppo male”. “E per il treno?”. “Non fa niente prendo il prossimo”. Arriva l’ambulanza, lo carica, mentre lui lascia delle scatolette di tonno ai compagni che stanno mangiando pane e niente. In stazione restano gli altri che aspettano il treno. Alcuni non vogliono parlare. Altri guardano con diffidenza e negli occhi hanno la voglia di mettersi alle spalle questa brutta storia. Calabria, esterno giorno. Non è un film però è realtà. La realtà calabrese, quella di Rosarno e quella di Crotone. Due mondi molto più simili di quanto non si creda. Alcuni hanno detto che ora Rosarno è tornato alla normalità. Ma qual è la normalità di Rosarno? Cos’è la normalità calabrese. Quella che nasconde i permessi di soggiorno ai ragazzi fin quando non si sono rotti la schiena su qualche campo di arance o di finocchi per pochi euro al giorno? Forse pochi euro. E il ministro Maroni dice che l’Italia è stata troppo tollerante. Caro ministro, ma quanti africani lavorano nelle aziende ricche dell’opulento nord est? E quanti ragazzi africani sono sfruttati dalla ‘ndrangheta come dagli imprenditori senza scrupoli? A Crotone il sole scompare, le nuvole lo coprono, ma almeno si è visto. Per molti di quei ragazzi che ancora dovranno combattere per il loro diritto alla vita, il sole non è ancora sorto.
 

 


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