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“Resistenze”, grande partecipazione a Pentone

“Resistenze”, grande partecipazione a Pentone

La due giorni pensata dal Centro di Documentazione sulla Palestina ha spaziato dalla Calabria ai No Tav, dall’America Latina al Sahara. Incontri con esperti, musica e teatro hanno approfondito motivazioni e problemi di chi resiste. L’obiettivo è lo stesso, conoscere la tenacia di chi si oppone a soprusi e imposizioni può dare speranza e stimoli.

«Qui c’è crisi, possiamo interessarci anche ai palestinesi?», qualcuno è perplesso di fronte a ‘I popoli che resistono’.

L’elemento comune a chi resiste sembra essere l’idea che ognuno debba essere libero di vivere bene e realizzare sé stesso, nella propria terra. E’ il ‘buen vivir’, principio inserito in alcune Costituzioni dell’America Latina. Potrebbe essere uno sviluppo del riferimento al «pieno sviluppo della persona umana» presente nell’articolo 3 della Costituzione italiana. La due giorni ha visto arrivare a Pentone, in provincia di Catanzaro, persone da tutta Italia. All’evento, patrocinato dal Comune, hanno collaborato, oltre alla casa editrice ‘Città del Sole’ di cui il Centro possiede molti libri, alcuni volontari e alcuni commercianti pentonesi, associazioni (Amuriga, Proloco, Carpe Diem, Area51, AVIS), sponsor locali ed Emergency di Catanzaro.

La questione palestinese è stata affrontata dal punto di vista delle storie vissute. Myriam Marino le racconta nel suo ultimo libro, ‘Festa di rovine’. La scrittrice, membro ECO (Ebrei Contro l’Occupazione), ambienta una parte dei racconti nella seconda Intifada. L’elenco di piccoli indifesi e inermi uccisi nei primi mesi dell’Intifada gli fa da introduzione. «L’indignazione per queste incredibili e continuate uccisioni di bambini palestinesi nell’indifferenza generale mi ha spinto a scrivere», motiva la scrittrice del libro. La resistenza di chi è vivo e si espone al rischio di morire ogni giorno, la descrive Silvia Todeschini. L’attivista, per alcuni mesi dal 2009 al 2011, ha vissuto a Gaza. Racconta che qui i contadini – sotto il tiro dei cecchini – continuano a lavorare la terra. Ma coltivano solo il grano perché richiede meno cure, quindi rischiano di meno. Qui i pescatori – confinati in 3 miglia – continuano a pescare. Ma il mare si impoverisce. Qui i bambini immaginano soluzioni fantasiose – come attraversare il fondo del mare – per ritornare nei propri villaggi. Bassam Saleh, con le sue parole, scandisce l’iter dei prigionieri palestinesi, anche adolescenti, rinchiusi nelle carceri israeliane: «l’arresto avviene presto la mattina quando la famiglia dorme. Chi viene arrestato viene subito bendato. Calci, pugni e tutti i tipi di umiliazioni e torture fisiche e psichiche». Il presidente dell’associazione ‘Amici dei prigionieri palestinesi’ Italia spiega che molti membri dei Comitati popolari che si oppongono in modo non violento all’occupazione israeliana, sono arrestati e incarcerati senza processi. «Dal ’67, su una popolazione di 4 milioni di abitanti – aggiunge i dati – più di 750.000 palestinesi sono passati dalle carceri israeliane».

Le occupazioni delle terre di qualche decennio fa e l’impegno dei cittadini calabresi di oggi. Di ciò hanno dato un quadro lo scrittore e giornalista Pino Fabiano e il rappresentante del Centro ‘Angelina Cartella’ di Reggio Calabria, Nando Primerano. Pino Fabiano istituisce un parallelo tra i contadini calabresi e i palestinesi: entrambi possono difendersi con poco (strumenti di lavoro e pietre), entrambi muoiono negli scontri. Lo scrittore, dopo aver richiamato i Fatti di Melissa e l’anestetizzazione del movimento dei contadini, tratteggia la figura di Rosario Migale. Nando Primerano fa conoscere il Centro sociale ‘Angelina Cartella’, nato il 25 Aprile di dieci anni fa a seguito dell’occupazione di un edificio pubblico costruito e poi abbandonato, come succede a molte opere pubbliche. In questi anni il Centro ha subito tre attentati incendiari: «l’ultimo, di matrice mafiosa e fascista, è stato devastante». Ha significato la distruzione di un punto di riferimento per i migranti e il quartiere. Il centro, infatti, ha sostenuto i migranti prima dei fatti di Rosarno, ospitava attività per i bambini, un corso di italiano per gli stranieri, eventi culturali.

Ermelinda Varrese ha esposto le motivazioni di chi si oppone alla costruzione dell’Alta velocità: rischi ambientali per la presenza di uranio e amianto nelle montagne che dovrebbero essere bucate, l’inutilità dell’opera in un territorio già attraversato da due strade statali, una ferrovia sottoutilizzata e un’autostrada, il conseguente spreco di soldi pubblici. «La popolazione della Val di Susa è pacifica – precisa –  ma non supina», e aggiunge: «partecipano giovani e famiglie intere, mamme e anziani portando malox e limoni per le irritazioni causate da lacrimogeni, non accettiamo la devastazione del territorio». La due giorni di Pentone ha aperto finestre anche sull’Africa e l’America Latina. Francesca Doria, osservatore internazionale dell’associazione ‘Haima-Campania’, ha introdotto i presenti alla questione Saharawi: «è una popolazione che viveva nel Sahara occidentale, ma, a causa dell’invasione del Marocco del 1975, almeno la metà della popolazione vive nei campi profughi in Algeria, mentre l’altra metà della popolazione vive ancora nel Sahara Occidentale occupato. Questa popolazione subisce da parte del Marocco ogni genere di angherie. I militanti per l’autodeterminazione vengono arrestati e torturati, licenziati, subiscono discriminazioni nella vita di tutti i giorni». Enrico Campofreda fa una panoramica delle Primavere arabe, innescate, in un contesto ad altissimo tasso di disoccupazione, dal suicidio del tunisino Mohamed Bouaziz . Il giornalista spiega che alla base delle rivolte ci sono bisogni sociali (pane, lavoro e redistribuzione delle ricchezze) e bisogni politici (libertà e partecipazione). «Potranno essere vere rivoluzioni a favore del popolo?- conclude chiedendosi – questo è un percorso che anche gli osservatori devono capire».  Maria Teresa Messidoro sintetizza le caratteristiche principali della resistenze dei popoli latinoamericani: i protagonisti sono giovani e donne, hanno la capacità di non arrendersi di fronte alle diverse situazioni (anche le più difficili), coniugano la tradizione indigena molto forte con le nuove tecnologie, si considerano politici ma non partitici, contestano anche i leader usciti dalle loro file. «Un elemento determinante è la loro base comunitaria, cioè questa capacità di costruire dei progetti comunitariamente e in questo modo di trovare delle prospettive».

Quando Patrizia Cecconi legge la riduzione teatrale di ‘Ritorno ad Haifa’ – perché «la resistenza è anche memoria» – è il silenzio: a quaranta anni dalla sua uccisione, lo scrittore palestinese Ghassan Kanafani rivive attraverso le parole. Katia Colica dà voce alle letture sull’emarginazione, accompagnata da Antonio Aprile al basso. Maksim Cristan e Daria Spada, oltre al concerto serale, portano chitarra e voce per i vicoli del paese – «andate via? Non suonate qualcos’altro?», chiede un’anziana. Il ritmo di Ernesto Orrico e Manolo Muoio in ‘Jennu brigannu. Storie di briganti calabresi’ e la ‘Resistenza sonora’ dei Kalafro, preceduti da Sistah Nais, Crol e Nesh, hanno chiuso la due giorni. E’ stato presentato anche al Vinitaly di Verona il vino delle antiche cantine ‘Cremisan’, presenti nelle terre occupate della Palestina da fine ottocento e gestite dai Salesiani. Il Vis (Volontariato Internazionale allo sviluppo), avvalendosi di varie collaborazioni, ha valorizzato i vini Cremisan, prodotti con manodopera palestinese. La campagna ‘la Palestina delle eccellenze’, promossa da ‘Amici della Mezza Luna Rossa Palestinese’, li sta facendo conoscere. «I sionisti dicevano che quella è una terra senza un popolo: lo era talmente tanto da avere questa antica produzione – commenta Patrizia Cecconi – Israele sta tentando di tutto per tagliare queste vigne, stanno cercando di fare passare il muro a metà del convento. Questo dovrebbe servire per ingrandire la colonia illegale di Gilo, ma si sta facendo di tutto per evitarlo».


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