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Ponte sullo Stretto, il giorno della prima pietra

Ponte sullo Stretto, il giorno della prima pietra

Il 23 dicembre è stato inaugurato, in agro Cannitello (Rc), il cantiere della megaopera che, nell'arco 5 anni e 10 mesi, unirà la Sicilia al continente europeo. Viene così approvato un progetto di cui si iniziò a parlare, nel 1870, ai tempi del ministro Jacini. Tuttavia, l'opera, nel corso degli anni, ha trovato e continua a trovare un'accanita campagna contraria

La data del 23 dicembre 2009 sarà ricordata negli annali di storia patria e nei tomi di ingegneria civile. E come potrebbe essere diversamente, considerato che la prima di tante pietre, che comporranno il ponte sullo Stretto, è stata posta proprio ieri, in agro di Cannitello, Reggio Calabria. Di ponte sullo stretto si iniziò a parlare, nel 1870, quando l’allora ministro dei Lavori pubblici, Jacini, commissionò il primo progetto.

Giornata storica, quindi, per appaltatori e sponsor politici di un’opera così imponente. Ma non tutti possono dirsi felici del costruendo ponte, soprattutto se consapevoli dei dati evidenziati dall’Aci e resi pubblici, nel corso di una recente conferenza.

L’Automobil club, infatti, con riferimento al sistema infrastrutturale italiano, ha fornito una valutazione agghiacciante. L’analisi storica relativa alla creazione di strade nel bel Paese rivela, infatti, una politica infrastrutturale a “strattoni”, in cui a fasi di spinta sono spesso seguiti periodi di staticità assoluta o quasi. La relazione Aci ha posto in risalto la sussistenza di una politica tesa a concentrarsi su una singola infrastruttura, “nel quale ciascun settore si muove e si modifica secondo logiche autonome, spesso su dimensione locale”. L’arretratezza infrastrutturale del nostro Paese è stata addirittura segnalata dal governatore di Bankitalia, secondo cui “il divario tra la dotazione infrastrutturale dell’Italia e quella media degli altri principali paesi dell’Unione europea è più che triplicato negli ultimi 20 anni”. La classifica 2008/2009 del World Economic Forum colloca l’Italia al 59° posto (su 131) in termini di dotazione infrastrutturale e al 73° se si parla di qualità delle infrastrutture. A fronte di tali evidenze, gli interrogativi sorgono naturaliter. Ci si domanda, infatti, perché non impiegare i miliardi di euro necessari alla costruzione del ponte per colmare gap gravissimi che una nazione sviluppata non può più permettersi. Ci si chiede perché non preferire l’impiego di quei capitali per migliorare invece l’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, che rappresenta un deterrente allo sviluppo del meridione d’Italia. Come se ciò non bastasse, il governo non tiene in alcuna considerazione il dissenso manifestato il 19 dicembre da chi il ponte non lo vuole.

Forse ad alcuni di loro spaventa l’idea di convivere con un mastodonte di cemento – dalla dubbia utilità – eretto a poche centinaia di metri dalla propria abitazione. Come può, un governo, considerare il ponte più delle urgenze quotidiane di tanti pendolari, che hanno difficoltà a muoversi sui rispettivi territori, calabrese e siculo. I dati esposti nella relazione dell’Aci andrebbero tenuti ben presenti da chi contesta il popolo “No Ponte”. È gente che si batte per tutelare un paesaggio mozzafiato, il diritto dei reggini di poter guardare liberamente alla Sicilia senza ingabbiare lo sguardo in futuristiche geometrie e, perché no, il diritto delle balene a preservare una rotta millenaria.

E poi, perché collegare due regioni, tra le più povere d’Europa. Chi è favorevole al ponte, come ad esempio, Giacomo Vaciago, ordinario di politica economica, presso l’Università Cattolica di Milano, è giunto a propugnarne la genesi con motivi che vanno rimessi alla capacità di discernimento dei lettori, imparziali ed equilibrati.

Vaciago si dichiara favorevole al ponte, anzitutto, per contrastare ciò che ha definito “benaltrismo”, ovverosia “una malattia politica diffusa nel nostro Paese e che consiste nell’indicare sempre alternative migliori, qualsiasi cosa venga proposta”.

L’illustre economista aderisce ai “Pro ponte” perché convinto che “la crescita economica te la devi meritare e il primo modo in cui puoi riuscirci è quello di attrarre l’altrui attenzione, gli altrui capitali e l’altrui ingegno. (…) In questa logica è anzitutto importante ciò che unisce, guai ad essere isolati…”.

Il proposito del noto professore universitario è forse quello di rimuovere il popolo siciliano dall’isolamento, cui per natura e storia è riconosciuto un endemico spirito indipendentista. I siciliani, non a caso, riferendosi all’Italia, parlano di “Continente”. Oppure, l’ordinario di economia, forse, si preoccupa dello stato di alienazione dei calabresi, che, in realtà, desiderano una superiore qualità delle strade interne e una migliore accessibilità dall’esterno, per rilanciare l’industria turistica?

Ma il ponte non può attendere oltre, stando ai disegni dell’Esecutivo, almeno nelle intenzioni dell’Esecutivo!!! In Calabria vi sono priorità, altre, rispetto alla creazione di una singola e costosa opera. Solo per citarne alcune, il completamento della statale 106 e il riammodernamento della linea ferroviaria jonica.

Tali interventi renderebbero la vita più semplice a tutti i siciliani e calabresi, non solo a chi vuole fare footing sullo stretto.

 

 


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