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Narrativa. Lia, Anselmo e i cinque figli Manfredi…

Narrativa. Lia, Anselmo e i cinque figli Manfredi…

Ecco la storia di una famiglia di Petronà degli anni Settanza raccontata da Angela Bubba, una giovane scrittrice autrice de "La casa", la sua opera prima. Il romanzo è denso di fatti ed episodi, la scrittura trasporta in un mondo senza tempo e ci accompagna quasi a sentire l'odore del camino in cucina e la gioia della festa nel giorno dello sposalizio. E' il racconto di un paese, dei suoi riti, delle sue credenze

La famiglia, con i suoi personaggi e le sue storie, le chiedeva incessamente di essere raccontata, e Angela Bubba ha risposto a questa ineludibile insistenza con La casa.

Il romanzo è l’opera prima della scrittrice catanzarese, classe 1989. Una ventenne fuori dal comune, Angela Bubba, che ha già ampiamente dato prova delle sue grandi capacità, cimentandosi, nonostante la giovane età, in numerosi concorsi letterari.

Ha vinto il Premio Verga, nel 2006, con il racconto “Il matrimonio, scelto da una giuria composta dallo scrittore, Vincenzo Consolo, e dai docenti universitari Romano Luperini, Nicolò Mineo e Attilio Monista; è arrivata seconda all’’edizione del 2007 del Premio Campiello Giovani e si è classificata al secondo posto, l’anno successivo, al Premio Italo Calvino.

L’Associazione universitaria calabrese, Ulixes, l’ha incontrata e presentata al pubblico di Catanzaro, presso la Biblioteca Comunale, Filippo de Nobili.

Angela Bubba è una ventenne che ha già macinato tanta letteratura, ne sono una prova le pagine del suo romanzo e lei stessa non manca mai di citare gli autori russi, alla cui narrativa è particolarmente legata, ma anche tanta produzione classica, da Omero a Virgilio, e italiana moderna.

La casa è lo spazio all’interno del quale si susseguono gli avvenimenti di un anno della famiglia Manfredi, capitanata dalla madre Lia, donna forte e vigorosa, assoluta nelle sue scelte e nei suoi gesti, rigorosa, tuonante, una vera mater familias. A lei si affianca il marito Anselmo, che con la moglie finisce sempre col litigare, che beve fino a diventare sbruffone e che trova pace solo nella campagna di Acquavona, dove il suo respiro torna in armonia con quello della natura.

Poi ci sono i cinque figli: Maria, la grande, appena ventenne e già madre e sposa, un virgulto di giovinezza; Benio, l’unico maschio; Pina, la linguacciuta, e Mina, la “cosa santa”, bambina, ma già “donna fatta”, compita e seria, la sola che andrà a scuola e amerà leggere; e poi ancora, Aurora, la stella di casa, l’isola verso cui riparare per trovare conforto da tutti gli affanni.

Attorno al “mondo” casa, attorno alle donne di casa, che non sono donne, sono “psicologie”, si snodano i giorni di Petronà, si evocano momenti di festa (il matrimonio di Maria), di vita quotidiana (la visita a Catanzaro, in città, presso il dottor Petrosillo, l’oculista), di profonda tristezza (la malattia e poi la morte di Anselmo), di vita familiare (il litigio furibondo e la rottura tra la primogenita e la madre). Attraverso le pagine del romanzo vediamo scorrere la vita di una famiglia e, assieme, le vite dei suoi componenti: la scrittura trasporta in un mondo senza tempo e ci accompagna quasi a sentire l’odore del camino in cucina e la gioia della festa nel giorno dello sposalizio.

Il romanzo, a torto interpretato come un lavoro fortemente debitore alla letteratura verista, è straniante. La lingua, un vero e proprio gioco fantastico farcito di dialetto, italiano arcaico o letterario e improvvisazione lessicale, confonde e affascina il lettore, tanto da non permettergli di collocare la vicenda in un luogo e in un tempo ben precisi. Eppure, chi legge sa bene che siamo nella Petronà degli anni Settanta, perché è la scrittrice stessa a lasciarlo intuire.

Il gioco ironico parte fin dalle prime pagine del libro, quando chi legge si trova davanti ad un accaduto del tutto insolito, se non addirittura inconcepibile per un piccolo paesino calabrese di quasi quarant’anni fa: Maria, la primogenita di casa Manfredi, sta partorendo un figlio che ha avuto fuori dal matrimonio, e la nascita non suscita scalpore nè tra i membri della Casa né tre gli abitanti di Petronà.

Il lavoro della Bubba, già alle prime battute, si presenta come un’opera di fantasia sfrenata, che, pur salda nei riferimenti spaziali e temporali, li trasforma e li rende quasi vaghi. Petronà e la casa diventano la scenografia di un’opera teatrale, nella quale i personaggi si muovono, vivono, soffrono. E parlano, con una lingua che non è nessuna lingua conosciuta finora, perché non è italiano e non è dialetto, ma un modo nuovo e fuori dal comune di esprimersi, a cui non si sottrae neanche la voce della narratrice. È una lingua barocca e fortemente estetica, che trascina il lettore nel gioco fantastico.

Angela Bubba è appena una ventenne: parla con calma, ma i suoi modi fanno trapelare l’imbarazzo di chi si trova alle prese con un’uscita pubblica. Scrive in continuazione, dice, di qualunque cosa. La scrittura e la fantasia, la lettura e la letteratura sono parti imprescindibili della sua vita, sono gesti e rituali a cui si è avvicinata e con cui ha familiarizzato fin da piccola, e che sembra siano diventati i suoi occhi sul mondo, il suo modo di vedere e raccontare la realtà.

La casa è il racconto di una famiglia, di una famiglia rumorosa e numerosa, è il racconto di un paese, dei suoi riti, delle sue credenze, impressi nell’animo come un segno indelebile di appartenenza. Angela Bubba ha saputo fare della storia della sua famiglia un romanzo, ora sembra che siano stati i fatti di Rosarno a suscitare la sua attenzione: aspettiamo con curiosità il suo prossimo lavoro.


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