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morire giovani in calabria vittime della ‘ndrangheta

morire giovani in calabria vittime della ‘ndrangheta

La riflessione che segue, nasce dal vergognoso silenzio seguito all’assassinio del giovane Francesco Inzitari, di appena 18 anni condannato a morte dalla ‘ndrangheta. Il boia questa volta ha eseguito il suo sporco lavoro addirittura di sabato sera, il 5 dicembre, mentre il giovane stava raggiungendo alcuni amici in pizzeria

La riflessione che segue, nasce dal vergognoso silenzio seguito all’assassinio del giovane Francesco Inzitari, di appena 18 anni condannato a morte dalla ‘ndrangheta. Il boia questa volta ha eseguito il suo sporco lavoro addirittura di sabato sera, il 5 dicembre, mentre il giovane stava raggiungendo alcuni amici in pizzeria, come un qualsiasi teenager alle prese con la propria adolescenza. La ‘ndrangheta nell’elaborare il suo giudizio avrà considerato colpa gravissima l’essere figlio di Pasqualino Inzitari, imprenditore rampante con la passione per la politica, autore di rivelazioni scomode. Questa vicenda ci dice con evidente chiarezza che se i comunisti mangiavano i bambini, oggi la ‘ndrangheta uccide i ragazzini, e che portare un cognome scomodo in Calabria può costarti 10 colpi di pistola con annesso colpo di grazia. In una terra dove le colpe del padre sono di dovere anche del figlio, è il vincolo parentale ciò che conta, non il pensiero del singolo. Secondo una logica d’appartenenza dal retrogusto medioevale, la condotta del padre ricade nell’asse ereditario che non ammette rifiuto o beneficio d’inventario. Francesco avrebbe dovuto scappare via, scegliere un’altra vita, lontano da qui, ma alla fine aveva accettato l’amaro destino. La cosa più sconvolgente di questo fatto di sangue è stata l’assoluta mancanza di indignazione della Società Civile Calabrese e Nazionale. Nessuno, oltre ai giovanissimi coetanei della vittima, ha osato manifestare il proprio dissenso. Le piazze sono rimaste vuote e silenti, così come la politica, le associazioni e i comitati. Fino ad ora si registra solo una fiaccolata nata su iniziativa di alcuni ragazzi di Rizziconi amici di Francesco, coadiuvati da Don Pino Demasi. Il funerale del giovane è stato connotato dalle assenze, della politica in primis, più che dalla partecipazione. Le prime pagine dei giornali hanno concesso alla notizia un breve diritto di asilo e poi l’oblio. Eppure, la morte di un innocente, per giunta giovanissimo, avrebbe dovuto innescare un moto di ripulsa generale, una reazione corale come avviene in casi così eclatanti. Perché non vi è stata indignazione? Mi sono arrovellato su questo interrogativo e la conclusione cui sono giunto è più amara della constatazione che l’ha generata. Io credo che la Società Civile Calabrese abbia liquidato questo omicidio come un semplice fatto di ‘ndrangheta, inserito nella consecutio che scandisce i tempi di svolgimento della vendetta. In altre parole ce lo si aspettava e poco importa l’età del morto annunciato. Se così è, significa che la Calabria celebra la morte con maggiore o minore slancio a seconda del cognome, rimanendo imbrigliata in una cinica logica di valutazione dell’appartenenza. Oppure, più semplicemente, è segno che ci stiamo mitridatizzando, assuefacendoci ai veleni della ‘ndrangheta e sviluppando, tutti, una inconscia abitudine ad eventi inaccettabili.


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