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Le primarie e la lotta per il capoluogo

Le primarie e la lotta per il capoluogo

Nell'imminenza del voto di domenica 17 gennaio, giorno in cui i calabresi decideranno chi, nelle fila del centrosinistra, correrà per la Presidenza della Regione, il pensiero va ai moti di Reggio Calabria. Quanto residua di quel sentimento campanilistico che accese rivolta e quanto spazio, invece, è riconosciuto ad ambizioni di più ampio respiro?

Le primarie del 17 gennaio, per la prima volta, danno ai calabresi l’opportunità di scegliere il futuro candidato alla presidenza della Regione.

Sfortunatamente, la decisione di affidare agli elettori la scelta non è stata adottata da tutti gli schieramenti. È, comunque, uno strumento rivoluzionario che impedirà all’ennesimo diktat romano di inibire la volontà popolare calabrese. Il viso di colui o colei che guadagnerà il maggior numero di consensi riempirà per qualche mese gli spazi pubblicitari riservati al battage politico del centro sinistra. Concluse le primarie si schiuderà il confronto tra i candidati dei due schieramenti e, rifiniti i programmi politici, si stringeranno affettuosamente migliaia di mani nella speranza che le stesse ricambino con fiducia in cabina elettorale. Vincerà chi saprà smuovere le coscienze, captando il voto degli incerti. Tornando alle primarie, pur essendo otto i formali concorrenti, lo “scontro”–stando all’opinio populi– si consumerà solo tra due di essi. Si tratta di Agazio Loiero da Santa Severina, catanzarese d’adozione, presidente uscente della Regione Calabria, e di Peppe Bova, nato a Reggio Calabria, attualmente a capo dell’Assemblea legislativa calabrese e precandidato dell’ultim’ora. Nessuno lo dice, ma le rispettive provenienze evocano con forza un triste periodo che segnò col sangue la storia della nostra terra. Stiamo parlando dei moti di Reggio, generati dal malcontento dei suoi cittadini per la scelta di Catanzaro quale capoluogo di regione.

La protesta dei reggini ebbe inizio, di fatto, nel luglio del 1970 e proseguì per quasi un anno, scandito da una lotta senza sosta che produsse numerose vittime, si caratterizzò per la partecipazione dei cittadini senza distinzione di ceto e d’età, e fece di Ciccio Franco il leader indiscusso del comitato “Boia chi Molla”.

Fu la protesta della destra più accesa, che mise radici nella città, si ammantò parzialmente di estremismo, e alimentò l’odio verso il “baricentrismo” catanzarese. Una nuova generazione politica, cui appartiene Peppe Scopelliti, attuale sindaco della città, crebbe nel clima ereditato dalla protesta. Numerosi manichini, raffiguranti il “male assoluto”, ossia i politici invisi ai dimostranti, furono appesi per il collo, e lasciati lì, a penzolare in segno di minaccia. La Calabria visse i tempi della vergogna.

In quel periodo, durante le ore notturne, la città di Reggio venne barricata, rendendo off limits un perimetro cittadino che fu avvertito come una rediviva Repubblica di Salò. Per i catanzaresi era letteralmente impensabile e pericoloso recarsi nella città dello Stretto. Sarebbe bastato un semplice shibboleth per smascherare la provenienza dall’odiato capoluogo. La protesta si concluse assegnando alla città di Reggio la sede del Consiglio Regionale e scegliendo Catanzaro come domicilio dell’Esecutivo. Il c.d. Pacchetto Colombo -che prevedeva l’installazione in Calabria del V polo siderurgico- si rivelò una boutade che lasciò dietro di sè strutture mai messe in funzione. Ai calabresi fu imposto di vivere in scenari post industriali senza aver mai sperimentato l’industrializzazione.

È importante rammentare che le destre non hanno mai fatto autocritica sui fatti avvenuti a Reggio, né tantomeno, sul cosiddetto “collateralismo” al blocco sociale che ha avversato il progetto di industrializzazione di Giacomo Mancini.

Date queste premesse, le primarie assumeranno profonda valenza simbolica, atteso che Peppe Bova presiede proprio quel Consiglio regionale voluto dai reggini, a conclusione della lotta.

Le primarie potrebbero essere una prova di libera democrazia per Reggio e, al tempo stesso, lo strumento per stabilire quanto residua di quel sentimento campanilistico che accese la rivolta e quanto spazio è, invece, riservato ad ambizioni di più ampio respiro.

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