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Laddove un altro mondo è possibile!

Laddove un altro mondo è possibile!

PONTAL DO CURURIPE (Brasile) – Fu proprio qui che il 21 aprile del 1500 approdò Pedro Alvares Cabral prendendo possesso del territorio che si sarebbe poi chamato Brasile, ed è in questo villaggio di 3mila e 500 abitanti che due registi italiani, uno dei quali catanzarese, stanno lavorando alla produzione di un film che racconta la vita dei suoi cittadini e di questo angolo del sudamerica

di Antonio Pirrone

Questo progetto cinematografico è stato realizzato da Antono Pirrone e Andrea Mainardi, due registi italiani che lavorano insieme da diversi anni e che, da qualche tempo, hanno deciso di concentrasi sulla narrazione di una piccola area geografica a nord est del Brasile, fuori dai riflettori delle grandi metropoli e delle gettonatissime località turistiche. Un luogo in cui il motore dell’economia è rappresentato dalla pesca e dove stupisce il livello qualitativo della vita dei suoi abitanti, reso possibile dalla quantità e dalla facilità di reperimento delle risorse primarie soprattutto in termini di pesce e frutta. Passeggiando per le strade del villaggio si incontrano bambini, uomini, donne e anziani in buona salute e soddisfatti del proprio stile di vita. Un dato su tutti: diversamente da quello che avviene nella stragrande maggioranza dei paesi poveri, a Pontal è pressoché inesistente la spinta migratoria, e i suoi abitanti paiono relativamente immuni dai richiami della civiltà consumistica. 

Contesto

Pontal de Coruripe è un villaggio di 3500 abitanti nel nordest del Brasile. Una lingua di terra appoggiata sulle rive dell’oceano atlantico, circondata da spiagge bianche e vegetazione tropicale.
E’ in questo punto che il 21 aprile del 1500 approdò Pedro Alvares Cabral prendendo possesso del territorio che si sarebbe poi chamato Brasile in nome della corona portoghese. Da qui partirono le prime “bandeiras”, spedizioni armate dirette verso l’interno alla ricerca di minerali e manodopera indigena. Una targa posizionata presso il faro che domina l’estremità del villaggio ricorda che durante una di queste spedizioni il vescovo Dom Pedro Fernando Sardinha, aggregato ai conquistadores, venne catturato e mangiato dai nativi.
Quasi subito, vista la scarsa propensione delle popolazioni locali a farsi sottomettere, iniziò la tratta degli schiavi dall’Africa che verranno utilizzati principalmente per la raccolta della canna da zucchero e più tardi nelle miniere d’oro dello stato del Minas Gerais.
Pontal è situato nello stato di Alagoas, il più povero del Brasile, e proprio nelle foreste di questo stato trovarono rifugio le prime comunità (quilombos) di schiavi africani in fuga dalle fazendas dei latifondisti.
La popolazione di Pontal è dunque in parte discendente da questa storia di ribellione.

L’economia del villaggio si basa principalmente sulla pesca, attività svolta con metodi tradizionali rimasti pressoché inalterati nel corso dei secoli. I piccoli motori fuoribordo montati sulle “jangada”, le zattere dei pescatori, sono praticamente l’unica forma di modernizzazione apparsa negli anni più recenti.
Nonostante la diffusione della pesca a Pontal non esiste il mercato del pesce. Il pescato infatti serve principalmente come fonte di sussistenza per la comunità stessa, venendo consumato dalle famiglie dei pescatori o scambiato con frutta e altri generi di prima necessità. Il restante viene venduto presso le attività di accoglienza turistica che stanno sorgendo sul territorio e che iniziano ad impiegare una piccola parte della popolazione.
Un importante contributo al reddito famigliare viene dalle donne che riunite in cooperativa lavorano un tipo particolarmente resistente di paglia (ouricori) per produrre rinomati manufatti d’artigianato.
La maggior parte degli abitanti di Pontal, considerati sotto la fascia di povertà, riceve il sussidio minimo mensile di 90 reais (circa 35 euro) istituito negli ultimi anni dal governo Lula. Salvo poche eccezioni questo è praticamente l’unico denaro in circolazione, e assieme alla diffusione del baratto fanno di Pontal un luogo ad economia quasi pre-capitalistica.

Pur essendo Pontal un villaggio considerato povero, stupisce il livello qualitativo della vita dei suoi abitanti, reso possibile dalla quantità e dalla facilità di reperimento delle risorse primarie soprattutto in termini di pesce e frutta.
Passeggiando per le strade del villaggio si incontrano bambini, uomini, donne e anziani in buona salute e soddisfatti del proprio stile di vita. Un dato su tutti: diversamente da quello che avviene nella stragrande maggioranza dei paesi poveri, a Pontal è pressoché inesistente la spinta migratoria, e i suoi abitanti paiono relativamente immuni dai richiami della civiltà consumistica.  

Sviluppo del racconto

La narrazione si svilupperà seguendo le giornate di alcuni personaggi rappresentativi della vita del villaggio, delle attività che vi si svolgono e della struttura economica e sociale.
I personaggi, incrociandosi tra di loro per le strade di Pontal, costruiranno la trama del racconto in modo da fare emergere la straordinaria bellezza del luogo come conseguenza delle narrazione e come scenografia naturale sulla quale raccontare le vite di questi uomini e di queste donne. Pontal infatti non è semplicemente il tipico paradiso tropicale da cartolina (di cui comunque ha tutte le caratteristiche climatiche ed estetiche), ma a questo aspetto vanno aggiunti l’abbondanza e la disponibilità delle risorse naturali, l’attitudine sociale delle persone, la filosofia e il ritmo di vita, ed altri fattori che rendono il luogo speciale.
Se infatti per il forestiero l’impatto con la bellezza del territorio è probabilmente il primo dato percepito, è invece interesse del racconto farlo emergere lentamente, come una rivelazione, mettendo al centro soprattutto gli aspetti umani e sociali del territorio. Esistono infatti al mondo molti “paradisi” tropicali dal punto di vista climatico e geografico, ma quello che preme è mettere in evidenza il fortunato insieme di caratteristiche positive che rendono Pontal particolare nel suo genere.
In questo senso per esempio il mare verrà raccontato come il “luogo di lavoro” del pescatore, la foresta vergine come quello del raccoglitore di frutta, gli spettacolari tramonti come la scenografia sotto la quale le donne intrecciano la paglia. Il paesaggio insomma come felice cornice di queste vite serene.

Personaggi

Djanira è nativa di Pontal. Ha più di settant’anni, lavora l’ouricori e insegna l’arte alle nipoti. Djanira intreccia la paglia anche al buio, oppure conversando guardandoti negli occhi, è il tatto infatti il senso più usato nell’intreccio e le sue mani sono quasi uno strumento meccanico. Un tempo raccoglieva lei stessa la paglia  di ouricouri ma da quando questa si è esaurita nei campi intorno a Pontal, Djanira deve aspettare il giorno della fiera per comprare i fasci che arrivano dal villaggio di Pontes.
Djanira è vedova e vive con i tre figli e con i nipoti.

Clodoaldo chiamato Deda è il figlio piu’ grande di Djanira, ha 36 anni, è   pescatore di Jangada  e subacqueo, e a volte raccoglitore di cocco. E’ sposato con tre figlie femmine adolescenti: Larissa 13 anni, Ingrid 12 e Emilaine 8. I suoi figli, insieme alla cugina Kiwya di 13 anni, imparano e aiutano nonna Djanira nel lavoro di colorazione e intreccio della paglia e sognano di diventare ballerine sulle note di classici brasiliani e musica commerciale.

Adriana, 29 anni, e’ la figlia femmina di Djanira e anche lei lavora la paglia. Oltre a Kiwya  ha un altro figlio, Felipe  di 12 anni che impara a pescare con lo zio Deda.

Carlos Alberto ,chiamato Bob, e’ l’ultimo figlio di donna Djanira e ha 34 anni. Lavora come bagnino sulle spiaggie di Pontal  e con gli amici ama pescare immergendosi in apnea. Bob inoltre per diletto è surfista, cantante, calciatore e ballerino. Ha una fidanzata inglese di cui è innamorato e che lavora nel Brunei. Lei gli chiede spesso di raggiungerlo per vivere insieme, ma Bob non trova ragioni sufficienti per lasciare Pontal. La sua vita, dice,  sono il mare e i ritmi tranquilli del villaggio.

Jorge Luiz dos Santos ha 41 anni ed è anche lui nativo di Pontal. E’ chitarrista e cantante, pescatore e lucidatore di pavimenti, artigiano del legno e tifoso del Coruripe calcio. Jorge è poliomielitico e sulla sua sedia a rotelle è sempre in movimento, sotto il sole e sotto la pioggia. A Pontal, pur senza un piano urbanistico specifico, non sembrano esistere barriere architettoniche. Jorge è sposato, ha due figli, e a volte sogna una carrozzella con il motore elettrico.

Maria do Pontes, 40 anni, il cui volto segnato dal lavoro la fa sembrare più anziana, abita nell’entroterra dell’Alalagoas,  a Pontes, un piccolo villaggio di 500 persone tutte appartenenti a tre soli nuclei famigliari, nel distretto di Feliz Deserto. Maria lavora nell’officina artigianale di Pontes dove  si riciclano  vecchi sacchi di cemento per produrre borse, collane, cesti e altro ancora.
Maria, insieme con la sorella Josilma e le amiche Djanira, Irene e Edivania, quando non è impegnata in officina lavora nei campi vicini a raccogliere ouricori. Un lavoro duro che necessita di particolare esperienza per conoscere il punto preciso dove tagliare l’erba. Dopo il raccolto, una volta al mese, si recano a vendere l’ouricori seccato e raccolto in fasci alla fiera di Pontal.  L’ultimo venerdi’ di ogni mese infatti, un camion inviato dalla Prefettura di Feliz Deserto arriva a Pontes, carica i fasci, e insieme ad una ventina di donne parte per giungere in una piazzetta di Pontal arrivando sempre al tramonto. Li’, altre donne comprano fasci di paglia da trasformare in prodotti artigianali.

Ana, 37 anni, insegnante di lettere nella scuola pubblica di Pontal. Le condizioni di lavoro non sono semplici in classi che ospitano dai 35 ai 57 alunni di differente livello, ma insieme ai colleghi Ana lavora con passione nutrendo molta speranza. Ana vive con la madre e compone poesie. 

Note produttive e di regia

Vogliamo definire lo stile del racconto “cinema del reale”. Senza interviste ne voci off, i personaggi verranno seguiti nel “fare quotidiano”, mentre svolgono le loro attività e relazioni sociali.
Inoltre attraverso una lunga fase di sopraluoghi, che ha portato gli autori a stabilirsi a Pontal molti mesi prima dell’inizio delle riprese e a viverne approfonditamente la realtà quotidiana, si vorrà rendere la videocamera il più possibile “invisibile” e capace di penetrare in profondità lo svolgersi della vita di tutti i giorni.
Anche per questa ragione il lavoro si svilupperà “in progress”, a partire dalla traccia indicata nel presente documento, ma aperto a recepire le situazioni che si presenteranno durante la produzione. In questo modo pensiamo di aggirare i limiti di un approccio autoriale rigido e preconfezionato, consentendo invece ad elementi imprevisti o al momento sconosciuti di entrare a far parte della storia.
Allo stesso tempo sarà fondamentale, come vero e proprio metodo di lavoro, la consapevolezza da parte dei personaggi e della comunità intera di fare parte di un racconto, i cui modi e obiettivi saranno chiari e condivisi. Con lo scopo di utilizzare la tecnica audiovisiva come strumento di presa di coscienza di sé e del valore delle proprie tradizioni.

Temi

Gli obiettivi del racconto sono molteplici.
Esso si sviluppa come una sorta di inchiesta su un “altro mondo possibile” rispetto all’egemonia culturale, economico e sociale delle nazioni e delle economie dominanti. Pontal infatti, visto come un mondo in sintonia coi ritmi naturali della vita, ci costringe ad una riflessione sui modelli di sviluppo.
Con ciò non si intende realizzare la celebrazione del paradiso perduto o peggio del mito del “buon selvaggio”. Pontal infatti non è né una realtà che esula dalla complessità, né un luogo isolato dal resto del mondo. Basti pensare che ad appena un’ora di automobile è facile raggiungere Maceio, 800 mila abitanti, capitale dello stato di Alagoas e città pienamente inserita nelle dinamiche della cosiddetta “civiltà occidentale”.
A questo proposito, un altro tema importante è quello della “resistenza” di Pontal e dei suoi cittadini all’aggressività e alle inevitabili pressioni che tale “civiltà” esercita. In questo senso il racconto sarà anche la documentazione di un mondo minacciato di scomparsa.

A partire dallo stesso ragionamento ed estendendo il respiro della storia al Brasile come nazione, verranno presi in esame gli aspetti che ne fanno un paese in pieno sviluppo, con indicatori economici e sociali in rapidissima ascesa e che insieme ad altri giganti (si pensi per esempio alla Cina e all’India) sta spostando verso di sé l’asse del pianeta. E’ più semplice infatti cogliere da questo punto di osservazione i segnali di decadenza provenienti dal cosiddetto “primo mondo”. Perché sebbene i tassi di sviluppo attualmente descrivano il Brasile come un paese con percentuali di povertà molto più elevate, per esempio, della media europea, le tendenze degli ultimi anni indicano che nel primo caso si assiste ad un costante miglioramento mentre nel vecchio continente avviene esattamente il contrario.
Inoltre, per non fermarsi ai freddi dati economici, un’affascinante aspetto di questo angolo di Brasile è l’attitudine delle persone a guardare al futuro con fiducia. Ovvero, come accadeva in Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale e oggi non più, la tendenza a sperare nel domani e a credere che le future generazione avranno una vita migliore delle presenti.

Per concludere c’è una suggestione che lo stile di vita degli abitanti di Pontal fa emergere e che si cercherà di indagare: è possibile che una vita a contatto con la natura e liberata dai bisogni primari riveli una naturale “bontà” dell’essere umano? In altre parole, è possibile che siano le aberrazioni della società dei consumi a generare povertà, infelicità e odio tra gli abitanti del pianeta? Se dunque Pontal rappresenta un “altro mondo possibile”, può allo stesso tempo indicarci la strada per uno sviluppo più equo e sostenibile e in definitiva migliore?

Testi a cura di Antonio Pirrone e Andrea Mainardi


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