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La rivolta dei “senza voce” reclama giustizia!

La rivolta dei “senza voce” reclama giustizia!

I fatti di Rosarno hanno riaccesso i riflettori nazionali sulla nostra regione. Era già avvenuto qualche giorno prima dopo la bomba fatta esplodere davanti al portone della Procura di Reggio Calabria. Due episodi gravi che parlano di una terra allarmante, dove la fuga diventa un'ipotesi concreta, dove la politica non induce all'ottimismo

La tensione di Reggio Calabria, prima, la rivolta di Rosarno, dopo. Due fatti sensazionali: la Calabria torna di colpo sulla scena nazionale con un’immagine di se poco rassicurante, fanalino di coda di un Paese non proprio in salute. Sullo sfondo, la corsa alla Presidenza della Regione che rende il quadro ancora più torbido ed incerto. Quanto accade a Rosarno è la spia preoccupante di una regione spesso priva di una rotta politica e incapace di migliorare se stessa. Abituata a lasciare in sospeso, a non affrontare, salvo poi a reclamare l’emergenza. Che dire di Rosarno. Solo a nominarlo vengono i brividi. Rosarno è un piccolo centro collocato nella Piana di Gioia Tauro dove la vita è difficile per tutti, nessun escluso, e dove la presenza della ‘ndrangheta è un fatto più che percettibile. Questa è la realtà di Rosarno, incredibilmente cruda, ma paragonabile a quella di molti altri centri della Piana e dell’intera Calabria dove la gran parte della cittadinanza prima di rivolgersi allo Stato guarda altrove. E qui, in questo contesto poco roseo, accade che una nutrita comunità di migranti, da anni, viene utilizzata a bassissimo costo per i lavori più umili. Per la raccolta nei campi, principalmente, ma anche per altri oneri non meno pesanti. La nuova schiavitù, la nuova forza lavoro da impiegare e da sfruttare fino all’osso per poi sostituirla con una nuova, più forte, energica, disposta ad abbassare la testa. Ecco riaccendersi i flash delle rivolte parigine o quelle di Castel Volturno! Centinaia di uomini e donne giunti nella nostra terra per sfuggire alla povertà, alla guerra, al dolore, in cerca di una vita migliore, scopre di dover fuggire ancora, questa volta dalla violenza per ritorsione, come affermazione di supremazia, di dominio. Qui, non si tratta più di razzismo, xenofobia o religione, qui si parla di altro. Di enormi porzioni di territorio il più delle volte fuori dal controllo delle Stato. Si parla di vero e proprio sfruttamento di esseri umani a cui, in cambio di una sorta di ospitalità, viene concessa la schiavitù.

E’ una vicenda che richiama il diritto alla vita, alla cittadinanza, alla dignità personale, al sogno di una vita senza catene. Il resto lo lasciamo dire a chi, dall’alto, ritiene che c’è stata “eccessiva tolleranza verso gli immigrati” o a chi, anche dal basso, è animato da sentimenti di vario genere senza guardare la realtà e la propria storia di migrazione. La Calabria è questo, è una regione stupenda ma per molti aspetti invivibile, amara. Dove l’istituzione politica non suscita quasi mai fiducia o prospettive migliori, soprattutto tra i giovani, ma solo profonda rassegnazione. Dove, quando non trovi la criminalità organizzata spunta la massoneria e dove, se non incontri la massoneria ti imbatti nella corruzione, nel clientelismo, nell’asservimento ai poteri, nella lentezza della burocrazia, nella diffusissima decadenza morale. Di questo bisognerebbe parlare, più che dei singoli fatti di Rosarno, gravi, gravissimi ma prevedibili. Dove immagino che la cittadinanza comune abbia reagito d’istinto anche per paura, autodifesa alla rivolta improvvisa dei migranti. Che ora agognano luoghi meno ostili, lontano da Rosarno. Nuovamente in viaggio, senza una meta, senza un riferimento sicuro. E la politica sta lì a discutere delle responsabilità degli enti locali, delle mancate visite delle Asp nelle baraccopoli allestite spesso dagli stessi stranieri. Ma dov’è la giustizia da queste parti. E soprattutto, dov’erano queste persone in tutti questi anni quando a Rosarno accadeva tutto questo. Rosarno è lì, è visibile, gode perfino dell’uscita dell’A3 Salerno-Reggio, non poteva passare  inosservata.

 


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