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La riforma Gelmini ha veramente poco di “epocale”

La riforma Gelmini ha veramente poco di “epocale”

Una scuola malridotta, nella quale i più studiano poco o niente, le parole del ministro suonano offesa alla cultura, quella autentica. Una minore permanenza in classe degli alunni ridurrà ulteriormente la loro già misera formazione culturale. Il fondamentale problema della preparazione e dell'aggiornamento di dirigenti e docenti sono stati ormai accantonati

Non si può assolutamente dire che all’attuale governo non manchi la modestia: tutt’altro. Autoelogi, autoincensamenti, quotidianamente, si sprecano. Berlusconi, Brunetta, Tremonti, Gelmini e molti altri fanno a gara nel tessere lodi al proprio operato. L’Italia, in virtù della loro illuminata e poderosa azione, dovrebbe essere il paese più…più…più…e ancora, più… in tutti i campi, non dovremmo essere secondi a nessuno. La riforma Gelmini è – non conoscono altri aggettivi i nostri governanti – addirittura “epocale”, una “sforbiciata” – il termine molto felice è del Corsera – di docenti e di ore è diventata pomposamente una riforma, anzi la “riforma”.

“Il numero delle ore di lezione – si legge nel comunicato del Ministero – si riduce in tutti gli indirizzi per venire incontro alle esigenze degli studenti, oberati da un carico di ore e materie spesso eccessivo”.

Il ministro dell’Istruzione, Gelmini, ha dichiarato con toni trionfali: “L’Italia pensa che basti aumentare il numero delle ore di lezione e delle sperimentazioni per migliorare il sistema. La realtà sconfessa nei fatti questa posizione. Noi vogliamo rimettere al centro la scuola come servizio”.

Una scuola malridotta, nella quale i più studiano poco o niente, le parole del ministro suonano offesa alla cultura, quella autentica. Una minore permanenza in classe degli alunni ridurrà ulteriormente la loro già misera formazione e preparazione culturale. Anche, e soprattutto, dal punto di vista della qualità, la nuova secondaria lascia a desiderare. La riforma è di basso profilo culturale, un vuoto contenitore nel quale si può inserire tutto e il contrario di tutto. Solo genericamente vengono indicati livelli di partenza e obiettivi minimi da conseguire. La riduzione delle ore di storia e di geografia, nel biennio, e del latino, ormai riservato a pochissimi allievi, il dover svolgere in due bienni quanto attualmente previsto in un quinquennio – sono solo alcuni esempi – produrrà un ulteriore scadimento di formazione e preparazione degli allievi. In compenso avremo un liceo musicale/coreutico.

Il fondamentale problema, difficilissimo da risolvere, della  preparazione e dell’aggiornamento di dirigenti e di docenti, una didattica che motivi allievi e docenti, una scuola sprovincializzata e di ampio respiro culturale, una scuola di qualità, insomma, sono stati ormai accantonati. Lo strombazzato merito che doveva promuovere, anche economicamente, i  docenti bravi, si è, tra i tantissimi e quotidiani proclami, dissolto nel nulla.

Una riforma, calata dall’alto sulla testa di docenti demotivati e ridotti al rango di pseudointellettuali, costretti alla compilazione di carte e carte, una scuola della ciancia e delle chiacchiere non può promuovere una nazione.

La scuola italiana, caratterizzata da un degrado che dura da decenni, non può essere rimessa in piedi da “epocali” riforme, che si risolvono in una riduzione di docenti e di ore di lezione, di epocale abbiamo solo una importante agenzia formativa, malridotta, malfunzionante, in piena e irreversibile crisi – pur con numerose e lodevoli eccezioni – che s’intende risolvere con pochi mezzucci da dozzina. Epocali sono solo i proclami. Il resto è velleitarismo. 


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