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La fuga da Rosarno e l’accoglienza ritrovata

La fuga da Rosarno e l’accoglienza ritrovata

E' la storia di Iakuba un ragazzo della Guinea approdato, a Riace, dopo essere stato colpito alla schiena con un'arma da fuoco, nel comune della Piana di Gioia Tauro. Ma è anche il racconto di un piccolo centro del basso jonio dove l’accoglienza è diventata un modo per rinascere evitando lo spopolamento e la fuga di tanti giovani. Dove lingue e dialetti si mescolano tra loro

Quando arriviamo a Riace è già mattina inoltrata. Il paese nella sua parte collinare, circa seicento anime, rifugiati compresi, è in fermento. Da qualche giorno sono arrivate molte altre famiglie di  palestinesi e tutti stanno cercando di dare una mano. Qui, l’accoglienza ha messo radici da tempo, è entrata nei cuori e nelle teste delle persone, la multiculturalità è considerata una grande risorsa.

Il sindaco, Mimmo Lucano, è il profeta di questo modello dell’accoglienza che dalla Calabria è studiato ed imitato in tutta Europa. Gli chiediamo, sottraendolo ad una delle tante riunioni organizzative della giornata,  quale è il segreto di tanto successo. Lui ci spiega con entusiasmo, che qui a Riace si accoglie con il cuore. Si, in Svezia o in Danimarca questi rifugiati hanno un livello di welfare più elevato ma qui sviluppano un senso di comunità e di appartenenza maggiore, senza perdere e dimenticare il loro passato. E’ una vera integrazione, perché contano le persone e, come una grande famiglia, se arriva un nuovo componente ci si stringe e si sta tutti insieme. Già, ci si stringe, come sta accadendo, dopo i terribili fatti di Rosarno.

Il paese ha deciso di dare ospitalità a quanti sono rimasti feriti nei giorni orribili delle violenze e nel tour per le vie del borgo insieme al sindaco e al presidente dell’associazione Città Futura, ci accompagna proprio un giovane ferito a Rosarno di nome Iakuba. Iakuba è un ragazzo della Guinea, giovanissimo, che parla solo un pò di francese e con due occhi neri spaventati, persi e perennemente impauriti, tanto da suscitare amarezza ed angoscia in chi li guarda. La sua serenità l’ha persa qualche giorno fa quando, camminando lungo le strada di Rosarno, è stato colpito alla schiena con una arma da fuoco. Il segno dei pallini lo mostra. Alza la maglia e si vede la zona d’urto del colpo che si sta lentamente rimarginando. Te ne accorgi subito, la pelle guarisce in fretta, ma le ferite del cuore, ci metteranno molto di più a cicatrizzarsi e forse non lo faranno mai. Iakuba, in un timido francese, ci dice che è in Calabria da due mesi, non ha familiari, è arrivato in Italia dopo una traversata in mare di due giorni dalla Libia costata mille200 dollari. Qui, ha lavorato a Rosarno per 25 euro al giorno, nelle campagne, a raccogliere arance. La Calabria e la sua gente gli fanno paura. Il lavoro di Lucano e del suo paese antimafia e missionario sarà di fargli acquistare fiducia in un popolo che fino ad ora  ha negato con convinzione la stessa esistenza del giovane della Guinea. Per Riace l’accoglienza è diventata anche un modo per rinascere evitando lo spopolamento dei paesi e la fuga di tanti giovani in cerca di una occupazione fuori dalla Calabria. La sensazione vera è di un mutuo soccorso tra i rifugiati e gli abitanti del paese, due sconosciuti del mondo che si incontrano e si danno una mano per modificare la realtà e la propria condizione. Accoglienza è anche questo. In giro per Riace sono spuntati come funghi laboratori, botteghe artigianali, centri di aggregazione e alfabetizzazione.

I laboratori di telaio a mano, di cucito, di vetreria, di ceramica sono alcuni dei luoghi in cui le persone del posto fanno da guida ai giovani che vogliono imparare un lavoro. Rinascere dopo le sofferenze della povertà, della guerra, della schiavitù contaminandosi con un mondo che conosce con uguale drammaticità la miseria, l’emigrazione e lo sradicamento. Ci si parla, si lavora insieme, e giorno dopo giorno, mese dopo mese, fianco a fianco, si formano grandi artigiani, si creano stupendi rapporti familiari ma soprattutto ci si ritrova e ci si riafferma cittadini del mondo. Tra le vie di un paese dove i bambini corrono liberi, felici, uguali, oggi  un gruppo di palestinesi sta cuocendo il pane arabo. Sembra di essere in un centro del medio oriente con la musica araba ad alto volume, lingue e dialetti che si mescolano e un profumo intenso di spezie orientali. Ci offrono prontamente il primo pane che viene cotto, noi siamo gli ultimi arrivati. E’ questa è la ricetta di condivisione made in Riace. Intanto, un improvvisato gruppo di traslocatori si muove tra le case dell’ospitalità diffusa, modulando e rimodulando tutto in funzione dei nuovi arrivi e delle loro esigenze. Non ci sono celle, criminalizzazioni, sbarre o controllori armati. Anche questo è un grande successo. Qui, la gente sta nelle case, gira liberamente per le strade. Non perde la propria dignità. Trova riparo dopo le paure e le speranze di un viaggio verso l’ignoto. Uno dei tanti murales del borgo antico di Riace ha una scritta: dove vanno le nuvole? Si, dove vanno le nuvole dei pensieri, delle vite di tanti uomini. Seguono un percorso senza limiti, senza padroni o costrizioni, cercano un luogo da eleggere, anche provvisoriamente, loro casa e comunità. Li si fermano insieme ad altre nuvole. Da anni le nuvole si fermano qui. In Calabria, a Riace.


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