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Il sarago arpionato tra profumi di libertà

Il sarago arpionato tra profumi di libertà

L'approssimarsi della fioritura del mandorlo, del pero, del ciliegio richiamano l'autore ad un suggestiva ed accurata descizione di un'avventura di pesca consumata nelle acque cristalline di Capopiccolo, coronata in una cena frugale al riparo di una rustica baracca. Fino al flop di una cendela e del dolce riposo.

Nel periodo in cui l’albicocco, il mandorlo, il pero, il ciliegio hanno maggiore pienezza, più vigore, più alterezza, e quando la loro fioritura bianca è tutta colma e protesa con impetuosa fiducia verso il cielo; sono spesso folgorato da odori come se mi giungessero da infinitamente lontano, di un tenerezza indicibile ed  irriducibile.

In verità, più che odori vivi, sono aromi di memorie, ed il loro approssimarsi, a passi corti e leggeri, mi catturano in un’indicibile senso di completa libertà.

 

Con il nuovo fucile di pesca subacquea “Saetta B”, occhiali boccaglio e tuta saltai nel mare, tra miriadi di bollicine impazzite, mentre lo spazio attorno cresceva a dismisura e m’inghiottiva nelle placide acque di “Capopiccolo”.

Ad ogni immersione corrispondeva una fuga precipitosa di saraghi che correvano a rintanarsi negli spacchi frastagliati del fondale pieno di scogli. Nuotai verso il fondo fino ad un’apertura prodottasi nei dorati buchi d’arenaria, sbigottito, vidi due saraghi: grandi, luminosi, fermi nel tranquillo scuro riparo.

Punto l’arma e…zaf, l’asta venne scossa da un lieve fremito, la sabbia del fondo si smosse in un turbine: l’animale era stato ferito. Si alzò una nebbiolina d’acqua gassata e da quella coltre luminosa un’ombra grigia, solitaria  si dirigeva verso di me. Era lo stesso pesce. L’acqua rimasta nell’ansa del mio tubo di respirazione già grattava,  nuotavo piano e respiravo appena, con delicatezza, per portarmi sulla sua traiettoria senza spaventarla.

Indifferente e calma la preda procedeva nelle limpide acque ma, veniva troppo veloce e, forse non ce l’avrei fatta a tagliargli la strada. Adesso lo vedevo bene in tutti i particolari: grinta arcigna della bocca bordata di bianco, carnoso con gli antigoli piegati in giù, l’occhio fisso, il rilievo delle squame, la zigrinatura orofumo lungo il corpo già vibrante di allarme. L’attimo decisivo – a picco puntandola dritto sulla parte più grossa dove il corpo si allarga e… sento che l’asta entra nelle carni. Trafitta, si rovesciò di fianco come una corazzata, splendida, tutta d’argento, con la pinna irta sul dorso, la bocca aperta nello spasimo, il corpo a mezzaluna d’argento.

Come paralizzata, il sangue saliva dalla ferita come un filo di fumo rosato nell’acqua. Poi, l’asta cominciò a tintinnare sullo scoglio, afferrai la sagola, e tirai con forza. La spigola tentò, si dibattè, frenetica, ma l’aletta dell’arpione non perdona, non c’era scampo! Con il fucile stretto fra le gambe ritirai la sagola, afferrai l’asta e l’altra mano la infilai nella viscida, argentea carne con il pollice e l’indice a tenaglia nella rossa apertura delle branchie e così, spasimante, la tenni porgendola a mio figlio.

Esultanti ritornammo nella rustica baracca marina. Si sentiva ancora più vivo un odorino leggero di stagione che cambia e, nell’ora del tramonto, il sole, il cielo scuro e le distanze si confondevano stranamente con la tranquilla immensità delle acque. Sembravamo sospesi in una dimensione senza fine, la terra sembrava scomparsa per sempre. Forse non eravamo rimasti che noi, solamente che ci dondolavamo fra fantasia e realtà. Osservammo ancora per qualche istante l’ambita preda, consumammo una cena frugale, e stanchi, ci disponemmo per la notte.

Il buio era sceso su ogni cosa e portava un morbido sonno alle piante del vicino boschetto estenuate dalla dolcezza di tanto sole: domani ci aspettavano nuove avventure di pesca.

La notte era ormai fonda la candela si stava consumando;

ad un tratto la fiamma traballò…s’addossò per un momento e…si spense con un piccolo flop.


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