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Il Pd catanzarese ad una svolta: ma quale?

Il Pd catanzarese ad una svolta: ma quale?

CATANZARO – Dopo il disastro elettorale del 15 e 16 maggio il Partito democratico rischia di uscire annientato dalla guerra intestina fra la vecchia nomenclatura e i giovani sostenitori di Salvatore Scalzo. In bilico fra vecchia politica e nuova generazione, mentre la Calabria diventa l’ultima roccaforte della destra italiana.

Le ultime elezioni amministrative catanzaresi hanno lasciato il Pd con un pugno di mosche. Lo scarso risultato elettorale (6,08%), solo parzialmente mitigato dal 6,2% raccolto dalla lista di Enzo Ciconte – integrabile nell’area democratica dopo la fine della “love story” con Loiero – e il buon successo personale ottenuto da Salvatore Scalzo, non possono nascondere la realtà dei fatti.

La maggiore sigla del centrosinistra, infatti, ha cominciato già da un pezzo una lunga guerra intestina fra la gestione commissariale (del trio Musi-Mancuso-Silipo) e i pezzi grossi del partito che fu, non fa differenza se di matrice diessina, socialista o democristiana.

Piero Amato, Lorenzo Costa, Enzo Bruno, Pino Soriero e chi più ne ha più ne metta, hanno criticato nella sostanza la gestione dei “commissari”. L’unico fuori dalla mischia è stato, per il momento, l’ex sindaco Rosario Olivo.

All’orizzonte, il bivio che si pone davanti a chi s’interessa delle sorti del Pd, che a Catanzaro sembra sintetizzare tutti i mali sparsi, a livello nazionale, in diverse realtà. La scelta verrà compiuta da chi vincerà la guerra: la vecchia nomenclatura, che ha dalla sua una certa base elettorale, ma è decisamente in debito di credibilità. O la nuova ondata di ragazzi entrati nell’orbita del Pd grazie all’avventura di Salvatore Scalzo, ma in molti casi alla prima esperienza politica.

Alla gestione commissariale, i maggiorenti del partito hanno contestato i metodi di redazione della lista, il pessimo risultato, la strategia “di esclusione” e il protagonismo di alcuni esponenti, oltre alla concezione di un partito da rinnovare solo anagraficamente.

Critiche che sono cominciate ben prima della “proposta” Scalzo: a farne le spese, i due nomi autorevoli proposti come candidati a sindaco prima che la scelta ricadesse sul ventisettenne atterrato da Bruxelles, Valerio Donato e Raffaele Salerno.

Il “Movimento per le primarie” ha contestato le modalità di designazione, forse strumentalmente, cercando di riprendersi quello spazio che, da Roma, hanno cercato di portargli via.

E adesso, dopo la sbornia e l’entusiasmo suscitati in una parte dell’elettorato democratico da Salvatore Scalzo, sono ricominciati gli attacchi. Legittimi, per carità. Non potrebbe essere altrimenti, visto il risultato, ma non solo per questo.

L’occasione è troppo ghiotta per non cercare di opporsi al ricambio generazionale guidato da Scalzo (e magari manovrato dalle alte sfere romane).

Il Pd è “cosa loro” è quello che sembra vogliano dire. Incuranti, come i membri dell’ex Giunta comunale (Marcucci, Soriero, Iaconantonio, Ventura) che condividono le posizioni di Amato & co., che la colpa del disastro è in parte attribuibile ai 5 anni di amministrazione Olivo.

Scalzo, da parte sua, ha sempre dichiarato di essere stato tolto dall’imbarazzo per non aver dovuto incassare alcune (ma non tutte) sgradite candidature nelle liste che l’hanno supportato. Riesce ancora a infondere ottimismo e sembra che il Pd, a Catanzaro, voglia rinnovarlo davvero. Ancora, però, non si capisce in quale senso. Cambieranno gli uomini (se ci riesce), si farà largo ai giovani, e poi? E poi bisognerà trovare una piattaforma sostanziale realmente innovativa e propositiva con un occhio di riguardo ai risultati del resto d’Italia dove, se a piangere è Berlusconi, il Pd, certamente, non può ridere.

Perché i ballottaggi del 28 e 29 maggio hanno bocciato completamente il Partito democratico e la sua fusione a freddo. La sua incapacità di presentare qualcosa di nuovo che non sia Matteo Renzi, i cui discorsi sono buoni per i diciottenni sognatori e superficiali, ma non per chi il cambiamento lo vuole di sostanza. A Milano, ma soprattutto a Napoli, hanno vinto candidati che non sono espressione dell’establishment democratico. De Magistris, oltretutto, nonostante fosse inviso ai democratici partenopei.

Si tratta del naturale, ma non scontato, epilogo del doppio miracolo vendoliano in Puglia.

Questo, Scalzo, dovrebbe tenerlo ben presente. Rinnovare un partito mai nato partendo da Catanzaro sembra un’impresa impossibile. Farlo contro quelle resistenze di chi può opporre migliaia di preferenze – ma non molto altro – sembra utopico. Forse sarebbe meglio continuare con i comitati, stando fuori dai partiti. Ma, evidentemente, c’è la necessità di “pesare” di più sospinti, magari, dai palazzi della Capitale. Sicuramente, la guerra nel partito, in cui Scalzo è coinvolto, per il momento solo marginalmente, continuerà. Difficile pensare che chi vincerà possa riportare alla dichiarata, ma mai raggiunta, “vocazione maggioritaria” il Pd. Perché la Calabria sembra, sempre più, la Sicilia gattopardesca di Tomasi di Lampedusa. Perché solo di sogni e d’entusiasmo non si va troppo lontano.


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