close
Gli dei prepotenti che hanno cambiato nome…

Gli dei prepotenti che hanno cambiato nome…

La crisi della Fiat di Pomigliano D’Arco in una interpretazione tipicamente marxista che segna “una svolta storica nel rapporto fra capitale e lavoro”, come afferma l’Ad Marchionni. “Ma soprattutto perchè – spiega l’autore – comporta la discesa di un altro gradino verso il baratro della povertà e della schiavitù propria del lavoro salariato”.

di Giorgio Paolucci

Ha ragione l’Ad della Fiat Marchionne quando afferma che la vicenda di Pomigliano segna una svolta storica nel rapporto fra capitale e lavoro. Ma non perché – come egli sostiene – demarca il confine fra conservazione e modernità, quanto piuttosto perché dimostra in modo inequivocabile che il sistema capitalistico è giunto a uno stadio per cui la sua permanenza comporta ogni giorno di più per gran parte della società e soprattutto per coloro che vivono vendendo forza lavoro, la discesa di un altro gradino verso il baratro della povertà e della schiavitù propria del lavoro salariato. Si badi bene: venditori di forza/lavoro ovvero del proprio tempo, della propria vita, non di lavoro.

Infatti, quest’ultimo, con l’introduzione della microelettronica nei processi produttivi, è stato completamente svuotato di qualsiasi contenuto e quei pochi saperi che in qualche modo rendevano l’uomo ancora insostituibile nell’attività produttiva sono stati trasferiti al sistema delle macchine a controllo numerico.

Si è così del tutto completato, come ampiamente previsto da Marx, il processo, iniziato con la prima Rivoluzione industriale, di trasformazione degli uomini in una pura appendice della macchina. Fino a qualche anno addietro, invece, era diffusa la convinzione che questo massiccio trasferimento di saperi dagli uomini alle macchine non solo avrebbe liberato questi ultimi dalla fatica del lavoro, ma avrebbe schiuso all’intera umanità le porte di un nuovo Eldorado in cui tutti avrebbero potuto godere dei benefici derivanti dall’applicazione delle nuove tecnologie. Non la rivoluzione comunista, ma il capitalismo avrebbe finalmente realizzato l’antico sogno prometeico di vedere definitivamente spezzate le catene che tenevano gli uomini sottomessi agli dei.

In realtà, i processi che ne sono conseguiti – come ha acutamente rilevato Marcello Cini nel suo, “Prometeo al supermercato”- si sono risolti in un ulteriore asservimento dei lavoratori al capitale, degli uomini alle macchine per cui il fuoco è rimasto ancora ben saldo nelle mani ”degli dei che hanno cambiato nome ma sono sempre gli stessi prepotenti”. 

Anzi, più di prima come la vicenda Fiat insegna. Per superare le criticità presenti nell’organizzazione del lavoro basato sulla vecchia trasferta rigida (catena di montaggio), i giapponesi hanno messo a punto un sistema denominato World Class Manufacturing (Wcm) che permette di produrre sulla stessa linea di produzione autovetture anche molto diverse fra loro anziché tante e tutte dello stesso tipo come accadeva in precedenza.

Con il Wcm è dunque possibile  variare la produzione in relazione ai mutamenti della domanda senza dover, di volta in volta, riprogettare l’intera linea produttiva. Per realizzarlo occorre però incrementare notevolmente il capitale costante che, contrariamente a quanto sostenuto dagli economisti borghesi, fa aumentare la produttività del lavoro, ma, per parte sua, non aggiunge neppure un atomo di plusvalore. Pertanto si è in qualche modo riproposta una situazione molto simile a quella che si ebbe in Gran Bretagna con l’introduzione nei processi produttivi della macchina a vapore.

Allora, affinché l’impiego delle macchine risultasse  vantaggioso rispetto a quello degli operai da esse sostituiti, i capitalisti furono quasi inconsapevolmente indotti a prolungare la giornata lavorativa fino a 16 ore giornaliere cioè ai limiti delle umane possibilità. In tal modo, incrementarono la produzione di quello che Marx chiama plusvalore assoluto. Successivamente, la spinta della classe  operaia attraverso le sue ribellioni nonché la pervenuta consapevolezza che una giornata lavorativa così lunga comprometteva le stesse basi della  società borghese, indussero lo Stato ad imporre per legge una giornata lavorativa normale  e assunse un’importanza decisiva…”il fenomeno della intensificazione del lavoro”[1] , che consisteva, allora come oggi, nel mettere l’operaio in condizioni di produrre di più nello stesso arco di tempo, incrementando, cioè, la produzione di quello che Marx chiama il plusvalore relativo.

A dire dello stesso Marchionne, nella moderna industria automobilistica, il costo del lavoro incide sul costo totale – ma meglio sarebbe dire: sul prezzo di produzione – per non più dell’8 per cento, e poiché è solo questo 8 per cento che genera plusvalore e dunque profitto, ecco che non disperdere neppure un centesimo di secondo di questo bene prezioso è divenuto un imperativo inderogabile tanto più che la giornata lavorativa ha già raggiunto, in considerazione degli intensi ritmi della moderna produzione industriale, il limite delle umane possibilità. L’ideale sarebbe un uomo robot capace di reggere i ritmi imposti dal moderno sistema delle macchine a controllo numerico senza neppure quella manutenzione di cui necessitano anche  le macchine. Come nel film Tempi moderni di Charlot, perfino la pausa mensa è diventata di troppo, figuriamoci la malattia o lo sciopero.

Si aggiunga che nel settore dell’auto esiste, su scala mondiale, un’eccedenza di capacità produttiva di circa il 40 per cento per cui fra i vari produttori è in corso una vera è propria lotta per la sopravvivenza giocata tutta sulla capacità di ottimizzare il rendimento degli impianti e la riduzione del costo del lavoro.

Alla luce di queste considerazioni, il piano di Marchionne si precisa, dunque, non tanto come il frutto dell’arroganza di un manager, ma come conferma che ormai ogni ulteriore sviluppo del modo di produzione capitalistico, come la sua sopravvivenza, implicano  necessariamente  l’incremento dello sfruttamento della forza-lavoro e l’impoverimento crescente della società. Ma neppure questo basta. Nell’attuale e specifico contesto  del settore automobilistico, in cui il  mercato dell’auto dei paesi avanzati è ormai saturo e quello dei paesi cosiddetti emergenti non sembra, dati i bassissimi salari ivi vigenti, in grado di compensarlo, il sostegno dello Stato è divenuto di fondamentale importanza.

E’ successo un po’ come per l’agricoltura, dove  lo Stato si fa, di fatto, direttamente carico di una quota del salario dei braccianti e – attraverso  finanziamenti agevolati – di una quota parte degli investimenti necessari per il rinnovo degli impianti. La stessa cosa avviene per le ferrovie dove lo Stato, quando non le gestisce direttamente, provvede alla realizzazione della rete mentre i privati gestiscono il trasporto delle cose e delle persone, ricavandone sostanziosi profitti, contro il pagamento di un piccolo “pedaggio” per l’uso della rete. Venendo meno tutte o anche una sola di queste condizioni, produrre automobili, almeno nelle grandi metropoli capitalistiche, non è più conveniente.

Ed è in forza di questa oggettiva debolezza che Marchionne sta conducendo, finora con successo, il suo gioco spregiudicato in cui gli uomini sono presupposti come una qualsiasi merce da acquistare al minor prezzo possibile e da usare a proprio piacimento. Prima con la provocazione di “Pomigliano” e ora con quella della Newco. In poche parole, egli dice: “Volete che la Fiat rimanga a Pomigliano o a Torino? Allora, o lo Stato mette le mani al portafogli e sgancia un bel po’ di quattrini e i lavoratori accettano senza tanti grilli per la testa salari più bassi e condizioni di lavoro di semischiavitù altrimenti io sposto la fabbrica  di qualche centinaio di chilometri più in là, dove queste condizioni mi vengono offerte su un piatto d’argento mentre voi lavoratori resterete tutti a casa!”.

Infatti, la Serbia, dove Marchionne ha appena annunciato di voler produrre la L0 e L1, i due nuovi modelli destinati a sostituire l’attuale Multipla, la ristrutturazione degli impianti della vecchia Zastava – che era stata semidistrutta dalle bombe umanitarie della Nato – sarà copiosamente finanziata dalla Ue e dallo Stato serbo, che ha pure concesso l’esenzione da qualsiasi obbligo fiscale per i dieci anni a venire e un contributo pari a due anni di salario ( pari a circa 400 euro mensili) per ogni nuovo lavoratore assunto. Il governo italiano, non potendo concedere finanziamenti di sorta a causa dell’eccessivo debito pubblico, si è schierato senza se e senza ma con Marchionne. In tal modo, insieme alla Ue  (che sa essere arcigna solo quando i finanziamenti pubblici sono destinati a imprese localizzate al di là dell’ex cortina di ferro), alla faccia della tanto osannata libera concorrenza, sta facendo da sponda a una operazione di vero e proprio dumping sociale. Lo scopo è favorire lo smantellamento di quei pochi diritti sindacali rimasti e a livellare i salari dell’intera comunità su quelli medi dell’Europa dell’Est, purtroppo senza incontrare significative resistenze. La stessa Fiom si oppone non tanto per ciò che il nuovo rapporto di lavoro comporta in termini di maggiore sfruttamento, ma per la difesa di diritti puramente formali e già da tempo svuotati di qualsiasi contenuto. Per la Fiat, e al suo seguito  tutte le imprese, è come affondare il coltello nel burro.

E’ che di Serbia non ce n’è una sola mentre di venditori di tempo ce ne sono davvero tanti. Il raddoppio dell’esercito industriale di riserva J. Halevi, su il Manifesto del 25 luglio scorso, ci informa che, secondo uno studio dell’esperto del lavoro dell’Università di Harvard, Richard Freeman, pubblicato nel 2005, “negli anni Novanta la forza lavoro disponibile alle economie capitalistiche raddoppiò passando da un miliardo e 460 milioni di persone a due miliardi e 930 milioni. La nuova offerta di lavoro provenne dal crollo del sistema sovietico e dei paesi dell’est europeo, nonché dall’inserzione della Cina e dell’India nell’economia mondiale. Nei tre casi si tratta di lavoratori attivi la cui attività è desiderata. Freeman sottolinea che la nuova forza lavoro non è solo complementare a quella dei paesi avanzati bensì largamente sostitutiva.”

In questi anni, poi,  a questa nuova forza lavoro si è aggiunta anche quella proveniente dai processi di proletarizzazione di ampi strati di piccola e media borghesia innescati dall’introduzione della microelettronica nei processi produttivi, in particolar modo nei paesi capitalisticamente più avanzati. Sul mercato del lavoro, pertanto, si è costituito un esercito industriale di riserva così grande che qualsiasi buffoncello che sceglie di porsi, poco importa se come amministratore delegato di un’impresa o come sindacalista o come politico, al servizio del capitale, può maramaldeggiare e infierire sui lavoratori come e più gli aggrada  finché questi venditori di tempo  rimarranno atomi dispersi in quell’immenso oceano che è il mercato mondializzato del lavoro e in aspra concorrenza tra loro.

Finalmente nell’epoca del dopo Cristo! Marchionne,  i suoi numerosi corifei, nonché  il ministro del lavoro, l’ex socialista Sacconi e, last but not least, i maggiori sindacati e l’infinita schiera di giornalisti, opinionisti e politici di ogni specie e colore,  chiamano tutto questo modernità. Ma ignorano che circa centocinquanta anni fa, a Londra, una certa signora Elisa li ha preceduti. Mary Anne Walkley era una crestaia (una sartina) che lavorava – come ci ricorda Marx –  in “un rispettabilissimo laboratorio di corte, sfruttata da una signora dal riposante nome di Elisa … Si trattava di far venire fuori belli e pronti in un batter d’occhio, i magnifici vestiti di gala di nobili ladies per il ballo della principessa di Galles, da poco importata.

Mary Anne Walkley aveva lavorato ventisei ore e mezza senza interruzione, insieme ad altre sessanta ragazze – trenta per stanza – in una stanza che appena poteva contenere un terzo della necessaria cubatura d’aria, mentre le notti dormivano due a due in un letto: in uno dei buchi soffocanti ottenuti stipando varie pareti di legno in una sola stanza da letto. E questo era uno dei migliori laboratori di mode di Londra. Mary Anne si ammalò il venerdì e morì la domenica, senza neppure aver finito l’ultimo pezzo dell’ornamento, con gran meraviglia della signora Elisa. Il medico, signor Key, chiamato troppo tardi al letto della moribonda, depose davanti al “Coroner’s jury” con queste secche parole: “Mary Anne Walkley è morta di lunghe ore lavorative in laboratorio sovraffollato e in dormitorio troppo stretto e mal ventilato”.[2] Questo accadeva a Londra nel giugno del 1863. Accade di nuovo anche in molti laboratori che lavorano per i grandi stilisti italiani della moda; accade nella quasi totalità delle fabbriche dei paesi cosiddetti emergenti e in quella che è considerata la fabbrica del mondo, la Cina. Ma poiché, per l’ideologia dominante, moderno è sinonimo di progresso, lo sarebbe  anche questo ulteriore rafforzamento del vincolo schiavistico che ha sempre caratterizzato il rapporto fra forza-lavoro e capitale. Dunque, bisogna accettarlo. E pure per iscritto e con il sorriso sulle labbra.

——————————————————————————–

[1] K. Marx – Il Capitale – libro Primo – Quarta Sezione- cap. 13° – pag 500/501 – Ed. Einaudi, 1978

[2] Op. cit. Libro Primo – Terza sezione – cap. 8° – pag 308-309


Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *