close
“Faccio l’artista e per molti sono un vagabondo”

“Faccio l’artista e per molti sono un vagabondo”

Una storia come tante quella di Domenico Cordì, giovane istallatore catanzarese costretto ad esporre fuori città. In questa breve chiacchierata emergono aspirazioni comuni a tutti quelli che non riescono a realizzare i propri sogni al Sud. Un lento migrare che tuttavia non stempera l'amore per la Calabria (ascolta giù la traccia di De Andrè)

Questa volta la penna si soffermerà su una storia semplice. Una sola storia che diventa il paradigma di una generazione persa nel nulla, senza prospettive dove lo sguardo non può oltrepassare il proprio presente.
Domenico ha trentuno anni. Il suo unico problema è forse quello di essere nato in una zona d’ombra (la Calabria) dalla quale si fa oggi, alle soglie del 2011, fatica ad emergere. La sua storia è la storia di tanti, troppi, sono solo i sogni ad essere diversi, ma quelli a volte non contano.
La Calabria oggi, come abbiamo detto più volte, muove i primi passi verso la cultura del contemporaneo e si apre all’arte, con un slancio talmente ambizioso da dimenticare i potenziali frutti che la stessa terra può offrire.
Domenico Cordì è un nostro rispettabilissimo frutto che si lascia ormai, sconfitto dalle circostanze, assaporare altrove, dove qualcuno sente ancora il gusto delle cose buone, sane, genuine.
Per cogliere la ragione di questo viaggio infinito verso altri luoghi, basta soffermarsi sul nostro luogo, con uno sguardo sul sistema sociale dove ciò che si percepisce subito è un panorama desolato, arido, senza sbocchi, qualcosa che ricorda il deserto, un deserto con palazzi e case. Punto. Oltre il cemento il nulla.
La sua storia, ce la racconta lui, l’arte che produce, oggi vogliamo guardarla attraverso i suoi occhi, per capire perché a Catanzaro la massima aspirazione è fare l’operatore di call-center dove si spegne ogni bagliore.
Così, attraverso la scansione di ogni sua parola ci introduciamo nel  suo mondo che è un pò il mondo di tutti.

Parlaci della tua terra. “Parlare della realtà calabrese come di tutto il Sud in genere, è qualcosa che si racchiude nel banale, ed è facile cadere in questo baratro, ogni volta che se ne parla. Principalmente perché la nostra indole di malcontenti e di lamentosi è innata, ma sappiamo che fondamentalmente abbiamo ragione.
Personalmente sono sempre fiero di essere nato dove sono nato, riconoscendo nell’umanità della mia gente una grande qualità, (tralasciando i soliti aspetti criminali, che spesso stupidamente si accostano solo al Sud) e nella mia terra, la Calabria, una terra sempre ricca, sempre bella e, a dispetto di tante realtà, sempre e comunque ancora “naturale”. Faccio l’artista, e per molti sono un vagabondo, uno scioperato, ma ho scelto di rischiare per ciò in cui credo, ma restando qui ho scelto di rischiare ancora di più. L’ho scelto perché? Oggi ho 31 anni e sono abbastanza stanco di vedere la gente andare via ma soprattutto di non tornare più. Sono stanco delle lamentele di chi qui non ci sta, sono stanco dei vecchi che tengono il sedere ben attaccato alle loro poltrone, perché non ci sono i giovani a combattere e sostituirli”.

Cosa fai quindi con l’arte oggi? “Nel mio piccolo produco ed espongo, certo, e qualcosa o qualcuno pare si stia muovendo nella valorizzazione dell’arte e del territorio. Ma il potere è in mano sempre ai soliti personaggi da decenni, nati e cresciuti con una mentalità ormai obsoleta, non fresca, non giovane, e quindi incapace di comprendere a pieno le nuove “spiritualità”. È la tasca a fare da padrona. Sempre. Il mio essere artista impone in me una sorta di “dovere morale” nei confronti di questa mia terra,  m’impone di continuare a credere nell’arte, ma spero sempre in un futuro in cui possa arrivare a fare qualcosa di concretamente costruttivo per la Calabria. Intanto, combatto, non porto il pane a casa, sebbene il mio lavoro è riconosciuto e ben considerato, ma da chi? Sono tutti fuori coloro a cui mi rivolgo e dopo aver esposto a Cosenza parteciperò a breve ad un prestigioso premio a Benevento, sono ancora al Sud sì, ma non è il mio, e questo è per me un grosso rammarico nonostante le gratificazioni arrivino continuamente”.

Domenico è la dimostrazione che se a Catanzaro esiste un po’ d’arte è, in realtà, una nicchia circoscritta, dove l’arte emergente è rappresentata da signori che hanno una media di 80 anni e dove i vernissage invece di rappresentare un momento di incontro fra menti giovani in continua ricerca, rappresentano invece l’ottocentesco salotto borghese accessibile a pochi. Mi allineo pertanto all’osservazione di Domenico quando dice che “i giovani sono nati con la paura e con la declinazione antropologica del fuggitivo” dove la ragione di questa fuga è spiegata in queste righe.


Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *