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Antonello “capobrigante” e le donne di Calabria…

Antonello “capobrigante” e le donne di Calabria…

In questo spaccato di cruda letteratura calabrese l'autore ripercorre le tracce di Padula ed Alvaro. “…Ecco come siam fatti noi povera gente del volgo. I ricchi signori dan la caccia alle mogli alle sorelle alle figlie nostre, e noi mandiamo giù l’oltraggio perche le nostre donne non sono né belle , né buone…”. E poi: ’A gatta mi pisciau li carvuni…”.

Due colpi di pistola incrinano il tedioso silenzio della prigione di Cosenza, due funzionari dello Stato borbonico cadono fulminati.

In questo modo si conclude una delle tante tristi  storie della cruda realtà calabrese. Corina uccide con disperata ferocia e sete di vendetta il truce maresciallo e l’infido Capocivico causa della sua prigionia.

“…Ecco come siam fatti noi povera gente del volgo. I ricchi signori dan la caccia alle mogli alle sorelle alle figlie nostre, e noi mandiamo giù l’oltraggio perche le nostre donne non sono né belle , né buone…”.

Così, esclama Giuseppe, con rammarico, allorquando si rivolge ad Antonello per vendicarsi per le malefatte subite da Brunetti, ed aggiunge: “…Nei nostri paeselli chi ha nemico un “galantuomo” ha nemico tutto il paese; perde amici e vicini; è un cane arrabbiato da cui ognuno si sposta…”.

Questo è lo spaccato  di vita calabrese in cui su muovono personaggi come Antonello, capobrigante, dibattuto fra ideali di stampo patriottico risorgimentali ed una defatigante vita che lo relega nei recessi silani di “macchiasacra”  per sfuggire a sistemi incredibili, resi tali dal maresciallo di gendarmeria, l’Intendente di Cosenza e dalle autorità costituite. Questo drammone di Padula non è alieno da insospettate soluzioni che sfociano perfino in esoterismo, nell’episodio di Rosa, posseduta dallo spirito di Maria si evidenziano, peraltro, gli influssi di un falso medioevo, del lacrimoso, del patetico secondo i modelli di Chateaubriand e Byron e, tuttavia, anche motivi di narrativa prosaica, dimessa, non esente da luoghi comuni.

Ma, a parte queste carenze, dipendenti da una mancanza di affinamento nello studio dei classici latini e greci, “…quandoque bonus dormitat Homerus…”. Padula approda a risulti emblematici per il romanticismo calabrese ispirandosi, infine, a Foscolo ed Ossian. Insieme con Mauro si allinea nel vasto fermento antiborbonico, con lo scopo di abbattere il sistema, attendendosi, come altri, risultati economici e sociali assolutamente diversi con l’avvento di profonde e durature trasformazioni a favore dei diseredati. Purtroppo, queste speranze saranno disattese e, soprattutto, dopo il tracollo dell’industria serica, si accentuerà ulteriormente una più sensibile subordinazione delle campagne ai centri urbani.

In definitiva, la società calabrese, nonostante i fermenti ed i contributi dati al Risorgimento italiano, rimaneva afflitta  da vecchi mali: il latifondo granario, la rendita fondiaria, il basso reddito procapite.

Di Alvaro sono stati fin ora analizzati elementi elusivamente estetici senza mai considerare le componenti idelogiche e genetiche, ovvero il processo della loro formazione.

Nella situazione politica nazionale, in cui Alvaro vive, esiste una sorta di analogia in controsenso che trova un punto d’incontro con quella di Padula. Entrambe le opere sono scritte in momenti in cui si stanno preparando fermenti importanti per il Paese. Infatti, con, “Gente in Aspromonte”, scritto nel 1930, si evidenzia la definiva rottura col regime dell’epoca e questa posizione si riflette nei personaggi dell’opera. Alvaro imbocca il solco verghiano e i suoi personaggi sono filtrati dal “…realismo magico…” di Bontempelli. Attraverso il narratore, la Calabria parla descrivendo fatti e cose in chiave mistica anziché folcloristica; si nota una forte partecipazione sentimentale, senza mai dare spazio all’idillio.

I personaggi e i fatti vengono rappresentati in chiave di sacralità e inducono a ricercare tutte le radici di una cultura che si sublima nell’umanesimo osservato da un’angolazione che offre un’immagine della Calabria salda nelle poche certezze positive su cui si è coagulata la sua struttura. Attraverso Alvaro la cultura della nostra terra si offre all’esame di quella “civile” intendendo, con ciò, essere riscattata da una falsa ruggine d’incomunicabilità.

Antonello, capo brigante calabrese, prelude all’unificazione d’Italia; Gente in Aspromonte distilla attraverso le maglie dell’ultima guerra mondiale e del successivo ventennio ed entrambe le opere lasciano ampio margine ad una grande speranza di libertà dell’uomo nel pieno rispetto della sua dignità d’essere. In queste atmosfere si muovono personaggi che hanno in comune la disperazione, la miseria, la cupidigia, la vendetta il terrore, l’amore, la gioia.

Giuseppe s’intenerisce di fronte alla confessione della moglie Maria, alla quale Brunetti ha ucciso il figlio violentadola. Ella gli sussurra che, nonostante tutto:”…La donna non odia mai chi a lei si sia unito una volta . Sarà un vile, sarà un tristo; e che monta? Lo spregerà, lo detesterà con la mente; ma qualche volta lo ricorderà perdonandolo col cuore…” e conclude: “Baciami e sparami… Le moindre default des femmes chi se son abbandonnèe a fair l’amour, c’est de faire l’amour…”. Forse che la fame la necessità di umanizzare la propria esistenza non costituiscono la molla che consciamente inducono Maria a tradire contro ogni regola l’amore dolce e profondo di Giuseppe? Forse perché moglie e madre non sono la testimonianza vivente di un canto popolare contadino che esprime il seguente doloroso calcolo: “…Parti lu marinaru e va pè mare/lassa menza cinquina alla/ muglieri mia accattaticci, pani,/’nzinca chi vaiu e vieni da Messina./ Santu Nicola miu, falli annicari,/Un mi ni curu ca riestu cattiva/ cà quanto va na scianca di massaru/nun va na varca cu tricientu rimi…”.

Solo Erminia, nonostante sia legata all’imbelle Brunetti, schiava dei suoi inqualificabili soprusi, conserva tutta la sua dignità di madre e di donna e, sebbene abbia altra estrazione ed origine, offre ai briganti tutti i suoi averi, la sua vita in cambio di Brunetti e di suo figlio Luigino. Antinomia o parallela dicotomia fra Maria ed Erminia? Maria forse sperava che Brunetti avrebbe consentito un avvenire migliore per Giuseppe e per suo figlio immolandosi allo strupro come atto di profonda dedizione nella sublimazione dei sentimenti per la famiglia, il suo diventare, la sua liberazione dalla più nera disperazione.

Sono gli stessi ingredienti che contraddistinguono la disgrazia dell’Argirò anche se l’azione svolge in tempi diversi, i personaggi e le parti non sono cambiate. Da un lato Filippo Mezzatesta, signore, oppressore, avido despota del posto; dall’altra, “lo Zuccone”, con l’esasperato Antonello, i quali ripongono un affrancamento della schiavitù del bisogno nell’ultimo genito, Benedetto.

Su questo pentagramma non esistono dissonanze; tutto si svolge secondo un contrappunto stabilito. Giuseppe si rimette alla giustizia di Antonello, capobrigante calabrese, per avere protezione e vendetta dalle sopraffazioni patite a causa del vile Brunetti. Anche lui, tutto sommato,, inevitabile prodotto di una società obsoleta e senescente, traballante sotto i colpi del magio unificatore del Risorgimento italiano.

Argirò colpirà mezza testa appiccando fuoco ai suoi beni, in attesa che la giustizia emerga dalla sua cronica latitanza. Giuseppe ed Antonello sono gli interpreti e vittime di Padula e di Alvaro

“…Amaru ju! Duvi siminai/a nu ridacchi mienza a due valluni/Siminai ranu e raccoghietti guai/all’aria riventaru zampigliuni/Vinna nu riccu  pè si l’accattari;/ Pè dinari mi detti sicuzzuni/ Jivi alla curti pè m’esaminari/ u Capitanu mi misa ‘mprigiuni/Ivi allu lietto pè me riposari/Cadietti e scamacciavi li picciuni/ Jivi allu fuocu pè mi cucinari/’A gatta mi pisciau li carvuni…”.

Da questa triste nenia contadina emergono elementi improbabili, che, ad una prima analisi, sembrano incredibili ma che nascondono tutto il misero, malinconico mondo in cui l’umile calabrese si contorce, si dibatte con ostinata determinazione: quella stessa che anima gli Argirò per mantenere agli studi Benedetto, prete, costituisce la tappa di arrivo degli Argirò, essi, solo così, potranno cantarle sonoramente ed impunemente al ricco oppressore. La tappa finale di Giuseppe, invece, pur muovendo dallo stesso discriminante, anche questa volta, a causa dell’immobilismo della Giustizia, in un sistema intollerabile in cui il debole è indotto, inesorabilmente, all’omicidio per vendetta.

La vendetta di Antonello esploderà coll’impeto dell’uragano, nella lotta divenuta spasmodica e senza quartiere, fra i Mezzatesta e gli Argirò: Il potere contro il popolo. Con l’aggressività e l’imprevedibilità delle fiumare il dramma s’ingrossa, travolge ed inghiotte ogni cosa. Uccidono la mula e bruciano la stalla dell’Argirò; Benedetto non può continuare gli studi in seminario e torna a casa con la veste da prete per testimoniare il fallimento della sua famiglia e la prepotenza sistematica dei Mezzatesta. Il sogno segreto carezzato da Antonello e dallo “Zuccone” viene miseramente cancellato, distrutto, ridicolizzato.

Analogamente, finisce il sogno di Giuseppe, un sogno fatto di piccole cose di chi aspira alla moglie, alla famiglia, al figlio, ad un lavoro modesto per sopravvivere. Tali aspirazioni sono sadicamente infrante dalla insana cialtroneria di Brunetti, uomo imbelle che tenta di sacrificare alla furia vendicativa di Giuseppe, la vita e l’onore di moglie Erminia e quella di Luigino, in cambio della propria incolumità. Ma la pietà dei poveri è la più grande che si conosca e coincide con la Provvidenza. Giuseppe, accecato dall’ira, sta per uccidere gli incolpevoli Erminia e Luigino, e questi si abbatte di schianto come se il Supremo non avesse voluto che il Brigante si macchiasse le mani col sangue di vittime innocenti.

Antonello urla l’ira dei giusti, alla luna come un lugubre presagio. Egli si erge a difensore di tutti gli oppressi, così come Antonello, capobrigante calabrese, vuole assumere un impegno patrio risorgimentale, forse non meno afflato del primo.

L’uomo grida “…Oh gente! O voi tutti che siete poveri, soffrite e che vi arrabbiate a vivere.! E’ Arrivato il giorno in cui avrete qualche poco di allegria. Le vostre miserie le dimenticherete, perché sta arrivando il Carnevale, sebbene d’estate. Ve lo dico io! Fra poco ci sarà, abbondanza ed allegria per tutti. Fra poco i vostri padroni verranno a pregare, fra poco sarete contenti. Riderete. Evviva l’allegria!…”.

L’altro esclama con enfasi: “o Fratelli Bandiera quanto invidio il vostro destino! Quanto faceste bene a respingere il mio aiuto, l’aiuto di un laido, d’un brigante…”. Da qui si rivela come la gente meno abbiente colorisce gli anatemi, non li ragguaglia, non si sforza di dare maggiore spessore al discorso, come fanno gli intellettuali ma, al contrario, siccome l’interlocutore conosce già a fondo le problematiche dell’altro i fatti vengono espressi criptati con quattro parole azzeccate ed incisive, parole che offrono una risonanza ed un lunga eco come un organo a mille canne.

L’epilogo di Antonello, capobrigante calabrese, è senza speranza: egli certamente finirà giustiziato dal plotone d’esecuzione, vittima di un mariuolo raggiro. Antonello Argirò lascia la strada spianata alla Giustizia umana alla quale egli si rimette fiducioso, nella speranza di farsi ascoltare le proprie ragioni e d’avere appagata la sua urgente sete d’imparzialità. Il razionalismo che si avvisa è totale insieme alla dolente coscienza della tragedia umana, storica ed esistenziale. In effetti, la coscienza del vero si fonda con la coscienza della fragilità dell’uomo.

Nello studio delle opere in argomento diventa poesia la dottrina, la polemica, il rigore del ragionamento; una dolorosa comunità convive con la commozione di un realismo pastoso e corporeo e riflette l’adesione impulsiva. Ma l’originalità nasce dalla cromaticità conferita alle due opere: il moto inesausto delle cose cancella tutto, scaturiscono uomini che guardano ben fisso il desolato nulla e vivono fino in fondo la loro straziante infelicità. Tutto ciò, però, non costituisce una condizione immobile e monocorde, anzi, comporta un complesso mosaico psicologico che fonde in antinomia la ragione del cuore, la letizia dell’adolescenza, l’amore, le fantasie più vaghe con il riconoscimento della loro caducità e infondatezza.

Le vite dei personaggi s’intrecciano con vicende ora distese, ora spezzate, ora inarcandosi in interrogativi senza risposte, interpretando il vasto, perenne tumulto dell’Io.

Che cosa è cambiato, in Calabria, da allora ad oggi!?


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