"Pinelli e Calabresi: due storie, una storia"
Licia Pinelli e Gemma Calabresi. Ovvero il paradosso della strage di Piazza Fontana. E, insieme, il dolorosissimo sberleffo ad una fetta d’Italia accomunata proprio dagli strappi che continua a procurare. Sono bastati pochi giorni dopo la strage perché i mariti di Licia e Gemma fossero trasformati in “paladini” di due mondi contrapposti
Licia Pinelli e Gemma Calabresi. Ovvero il paradosso della strage di Piazza Fontana. E, insieme, il dolorosissimo sberleffo ad una fetta d’Italia accomunata proprio dagli strappi che continua a procurare. Sono bastati pochi giorni dopo la strage perché i mariti di Licia e Gemma fossero trasformati in “paladini” di due mondi contrapposti, che poi in realtà erano molto più vicini e intrecciati di quanto non fosse comodo far apparire: l’anarchico e lo sbirro, il cospiratore e il servitore dello Stato, il libero pensatore e il suo assassino. Il buono e il cattivo. Con ruoli intercambiabili a piacere, secondo le idee politiche degli spettatori della farsa di Stato. Si sa, un mondo in bianco e nero è meno faticoso rispetto ad uno dalle mille sfumature; e un Paese che non si pone domande, non dubita ma si limita ad accettare verità suggerite, è il Bengodi per chi lo governa. Così la maggior parte di noi italiani ha passato quarant’anni ad essere dalla parte dell’anarchico Pinelli o da quella del commissario Calabresi. Mentre le loro due donne, due vedove di Stato, stavano lì a dimostrare, vivendo, una verità semplicissima e agghiacciante: Licia e Gemma, la moglie dell’anarchico e la moglie dello sbirro, sono esattamente nella stessa posizione. Quarant’anni dopo, continuano ad essere due persone private della verità. Assieme a tutti gli altri italiani. Per mano di un sistema rimasto senza volto. Un sistema che ha indirizzato le nostre vite, ha spento le nostre domande, ha schernito la nostra sete di giustizia, e poi ci ha narcotizzato con le bombe e con la tv. Eccolo il paradosso, eccolo lo sberleffo a tutti quelli che dividono il mondo in bianco e nero, e l’Italia in “noi” e “loro”, senza farsi troppe domande e senza rendersi conto che siamo tutti uguali, tutti senza verità.
Licia e Gemma. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a maggio le ha fatte incontrare per la prima volta, riconoscendo entrambi i loro mariti quali vittime del terrorismo. Un momento storico, è stato detto. Un passo in avanti verso la verità. Beh, Napolitano l’aveva avuta davvero l’occasione di percorrere la strada della verità. Quando fu nominato ministro dell’Interno, in tanti pensammo che da ex partigiano come prima cosa avrebbe tirato fuori tutti i fascicoli sull’Italia delle stragi e dei misteri. Finalmente, abbiamo pensato, sapremo cosa c’è dietro Ustica, l’Italicus, piazza Fontana, l’assassinio Moro. Semplicemente, la verità. Ma la vogliamo davvero, la verità?




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Oggi come ieri - quando denunciammo apertamente l'arbitrio calunnioso di un questore, Michele Guida, e l'indegna copertura concessagli dalla Procura della Repubblica, nelle persone di Giovanni Caizzi e Carlo Amati - il nostro sdegno è di chi sente spegnersi la fiducia in una giustizia che non è più tale quando non può riconoscersi in essa la coscienza dei cittadini. Per questo, per non rinunciare a tale fiducia senza la quale morrebbeogni possibilità di convivenza civile, noi formuliamo a nostra volta un atto di ricusazione.
Una ricusazione di coscienza - che non ha minor legittimità di quella di diritto - rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni. Noi chiediamo l'allontanamento dai loro uffici di coloro che abbiamo nominato, in quanto ricusiamo di riconoscere in loro qualsiasi rappresentanza della legge, dello Stato, dei cittadini.
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